Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo

Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo

Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo

Raj Patel
Traduzione: Adele Oliveri
Collana: Serie Bianca – Feltrinelli
Pagine: 240 Prezzo: Euro 16,5

Il libro
Ogni volta che compriamo una banana, il 45% di ciò che paghiamo va al rivenditore, il 18% all’importatore, il 19% è assorbito dai costi di trasporto, mentre alla compagnia che controlla la piantagione spetta circa il 15%. Al contadino resta meno del 3%.
Evidentemente c’è qualcosa che non va in un modello così iniquo di distribuzione, che non riguarda peraltro solo i beni alimentari. Il prezzo da noi pagato per ogni cosa, dal cibo ai beni di consumo, è sistematicamente distorto. Il mercato non riesce a valutare con equità il valore del lavoro, i bisogni delle persone, le necessità delle generazioni future. E quando i prezzi sono ancorati al nulla anziché ai valori reali siamo di fronte a un baratro.
Oggi che il neoliberismo è saltato fragorosamente per aria è più che mai necessario tornare alla radice dei problemi. È questo l’obiettivo del lavoro di Raj Patel: un’indagine stringente che fornisce gli strumenti per riflettere in modo nuovo sul mondo, sul valore delle cose, sul senso di ciò che facciamo.

“Per massimizzare i profitti, le corporation organizzano lavoratori, materie prime, macchinari e immobili in modo da tenere i costi al minimo. Esaminiamo l’esempio ipotetico di McDonald’s e seguiamo la procedura utilizzata per calcolare tali costi. Essendo un’organizzazione a scopo di lucro, McDonald’s cerca di ridurre quanto più possibile il prezzo pagato per tutto ciò che serve a produrre hamburger, dalla carne alla manodopera ai canoni di locazione ai test di sicurezza. Quanto più riesce ad abbassare i costi al di sotto di quelli dei concorrenti, tanto più potrà guadagnare. Se McDonald’s produce emissioni inquinanti come l’anidride carbonica senza pagare nulla, i costi dell’impresa non coincidono con il costo sociale più generale. Nella moderna teoria economica, questi costi sociali sono detti “esternalità”: in altre parole, vi sono costi che in qualche modo scivolano tra le maglie della rete dei prezzi.

Fu l’economista inglese Arthur Pigou, vissuto agli inizi del Novecento, a suggerire l’idea che i mercati spesso non tengono conto delle implicazioni del proprio comportamento, a causa di un difetto del loro stesso tessuto: un difetto che fa sì che alcuni costi si riflettano nei prezzi e altri no. Per capire le conseguenze delle esternalità, torniamo all’impronta ecologica del Big Mac, tanto per concentrarci su un impatto ambientale fra tanti. Secondo una stima, la bolletta energetica dei 550 milioni di Big Mac venduti negli Stati Uniti ogni anno ammonta a 297 milioni di dollari, con un’impronta in termini di gas serra equivalente a 1,2 milioni di tonnellate di CO2. Oltre all’impronta in termini di carbonio, si potrebbe voler aggiungere l’impatto ambientale più generale dovuto allo sfruttamento delle falde acquifere e all’impoverimento del suolo, nonché i costi sanitari impliciti del trattamento di malattie legate alle abitudini alimentari, come diabete e disturbi cardiocircolatori.

Nessuno di questi costi si riflette nel prezzo dei Big Mac venduti ai drive-thru, eppure qualcuno dovrà pur pagarli. Il fatto è che non vengono sostenuti da McDonald’s Corporation, ma dalla società nel suo insieme, che paga i costi dei disastri ambientali, delle migrazioni imposte dal cambiamento climatico e dell’aumento della spesa sanitaria. Secondo una relazione del Centre for Science and the Environment in India, un hamburger prodotto da bovini allevati su terreni disboscati in realtà dovrebbe costare circa 200 dollari.”

L’autore
Raj Patel è un economista che ha lavorato per la Banca mondiale e per il Wto prima di impegnarsi in campagne internazionali contro queste stesse organizzazioni. Studioso delle politiche alimentari, si è formato nelle università di Oxford e Cornell e alla London School of Economics. Attualmente è docente alla University of KwaZulu-Natal, in Sudafrica, e visiting scholar presso la University of California a Berkeley. Sui temi delle politiche alimentari mondiali, suoi articoli sono apparsi su testate come “The Ecologist”, “The Guardian”, “Los Angeles Times”.

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