Suicidio e storia familiare

Suicidio e storia familiare

Suicidio e storia familiare

Le persone che hanno alle spalle una storia familiare caratterizzata da tentativi di suicidio e malattie mentali hanno maggiori probabilità di manifestare le stesse patologie rispetto ai coetanei con storie familiari normali.

Un gruppo di ricercatori danesi ha esaminato la storia clinica familiare di circa 4200 persone tra i 9 e i 45 anni che si sono suicidate, comparandola poi con quella di un gruppo di controllo composto da più di 80200 soggetti che non sono mai state sfiorate da pensieri suicidi. Dai risultati si evince che chi ha un parente che ha tentato il suicidio ha circa il doppio di probabilità di mettere fine alla propria vita rispetto a chi non è mai stato toccato da questo tipo di tragedia familiare. Lo stesso tipo di incidenza si riscontra per le malattie mentali. In passato sono stati portati a termine numerosi studi riguardanti il rischio di suicidio legato a storie familiari di abuso di sostanze stupefacenti, depressione, disturbi della personalità e comportamenti antisociali e violenti. I ricercatori danesi hanno osservato che, oltre a questi fattori, nel calcolare il rischio di suicidio bisogna considerare anche fattori socioeconomici. Appare dunque importante istituire dei programmi di sostegno e prevenzione per coloro che hanno avuto dei suicidi in famiglia anche se, fortunatamente, sono solo una piccola percentuale rispetto alla popolazione totale.

Il gioco d’azzardo colpisce anche i più giovani
Molti adolescenti acquistano biglietti della lotteria e partecipano a numerosi giochi d’azzardo, incuranti del fatto che il gioco è illegale per i minorenni. Da un’indagine condotta in Florida è venuto alla luce che questo fenomeno, peraltro molto preoccupante, è estremamente diffuso tra i giovani tra i 13 e i 17 anni. Grazie ad un’inchiesta condotta telefonicamente, dopo aver ottenuto il permesso dei genitori, sono stati intervistati più di 1000 adolescenti che hanno ammesso di giocare a carte con gli amici, di partecipare a lotterie e di effettuare numerose scommesse. Questi dati sono molto inquietanti in quanto spesso al gioco d’azzardo sono associati altri comportamenti rischiosi e illegali per i minorenni, come ad esempio il fumo di sigaretta, l’abuso di alcol e di droghe. Come ben sappiamo, il gioco d’azzardo può diventare una vera e propria patologia tra gli adulti; da questo studio si evince che la malattia “del giocatore” non risparmia neanche i più giovani. Gli adolescenti intervistati sostengono infatti di usare il gioco come un modo per fuggire dalla realtà e proprio come gli adulti, in caso di mancata vincita, continuano a giocare cifre sempre più ingenti per recuperare le perdite. In questo modo i giovani giocatori vanno incontro al rischio di compromettere i rapporti con le persone che stanno loro più vicine e si ritrovano spesso in condizione di dover chiedere in prestito il denaro per pagare i debiti di gioco. Da questa indagine inoltre risulta che gli adolescenti coinvolti nel gioco d’azzardo fanno spesso uso di alcol, marijuana, psicofarmaci, crack e addirittura cocaina. I genitori sono spesso all’oscuro dei comportamenti dei figli, mentre il loro ruolo dovrebbe essere determinante per evitare che gli adolescenti si ritrovino coinvolti in situazioni pericolose e fuori dalla legalità.

Se l’ictus colpisce le donne
Le donne colpite da un ictus hanno dei sintomi differenti rispetto a quelli storicamente descritti dagli uomini. Come sappiamo, i sintomi classici dell’ictus sono un più o meno intenso cambiamento della sensibilità, della capacità di camminare, perdita dell’equilibrio, diminuzione delle funzioni motorie e talvolta paralisi di un lato del corpo. Inoltre si può rilevare una perdita della parola, della vista e vertigini. Un gruppo di studiosi dell’Università di Michigan ha recentemente evidenziato che ci sono sostanziali differenze sintomatiche se il paziente colpito dall’ictus è donna: tra i sintomi riportati c’è, al primo posto, un intenso mal di testa, seguito da dolore al volto e agli arti, disorientamento, confusione mentale e altri sintomi non tradizionali. Riconoscere un ictus che si presenta con questi sintomi è molto difficile e un ritardo nella diagnosi può avere conseguenze addirittura fatali sul paziente. Infatti le cellule cerebrali cominciano a morire nelle ore che seguono l’ictus, ma un rapido intervento farmacologico può ridurre quasi a zero questo danno. Queste differenze evidenziate dai ricercatori dell’Università di Michigan sono state confermate anche da un’equipe di studiosi del Texas, che sottolineano l’importanza di addestrare i giovani medici a riconoscere l’origine di questi sintomi. L’intervento tempestivo è di incredibile importanza per limitare i danni di questa patologia ed è quindi indispensabile conoscere le differenze che si possono manifestare tra i due sessi.

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