Rischio-anestesia? Si vede dalla caffeina

È noto che in rari casi alcuni individui possono avere una reazione all’anestesia che mette a repentaglio la loro vita. Una equipe di medici e ricercatori tedeschi ha messo a punto nei giorni scorsi un metodo semplice per scongiurare questo rischio.

Una equipe di medici e ricercatori tedeschi ha messo a punto nei giorni scorsi un metodo semplice per scongiurare questo rischio. La loro ricerca si basa sul fatto che i pazienti soggetti a questo tipo di complicazione, che prende il nome di ipertermia maligna, hanno una reazione alle iniezioni di caffeina che risulta rivelatrice. L’ipertermia maligna è una condizione patologica potenzialmente fatale caratterizzata da rigidità muscolare, aumento del metabolismo basale e da un repentino innalzamento della temperatura corporea. La squadra di ricercatori tedeschi sostiene che il “test della caffeina” può essere usato per individuare le persone a rischio di ipertermia maligna. Come si identificano i pazienti a rischio? Tramite una biopsia del tessuto muscolare, sul quale viene appunto svolto il test per l’ipertermia maligna. Durante la reazione all’anestesia le fibre muscolari rilasciano calcio libero, che causa la produzione di diossido di carbonio in eccesso. Anche la caffeina ha come effetto un aumento di rilascio del calcio da parte dei tessuti muscolari delle persone a rischio di ipertermia maligna, mentre non dà nessun tipo di reazione nei pazienti non a rischio. Quindi iniettando la caffeina si avrà una reazione che mima quella causata dall’anestesia, con un innalzamento della pressione di diossido di carbonio. Questo tipo di test è molto sicuro in quanto non dà nessuna complicazione sistemica e i livelli di diossido di carbonio ritornano normali nel giro di un’ora circa. Questo test può essere svolto in tutti gli appartenenti a gruppi familiari con una storia di ipertermia maligna o in quei soggetti che hanno già manifestato reazioni anomali all’anestesia.

I neonati sanno contare?
I bambini sono in grado di contare molto prima di imparare cosa sono i numeri. Alcuni ricercatori hanno svolto delle ricerche per stabilire se i bambini sanno effettivamente contare gli oggetti, ma da alcuni studi non risulta chiaro se i piccoli presi in esame siano consci dei numeri oppure rispondano solo a cambiamenti di forma o ad altre qualità non numeriche. Per capire meglio queste reazioni è stato svolto di recente un nuovo studio della Yale University of Connecticut. Sembra infatti che anche i bambini molto piccoli abbiano un modo di contare molto personale, e in generale si può affermare che possiedono una loro “vita intellettiva” molto più ricca di quanto non si creda. Per indagare queste qualità, i ricercatori hanno preso in esame un gruppo di bambini dell’età di cinque mesi e hanno loro mostrato una raccolta di cerchi rossi sullo schermo di un computer: variando il numero di cerchi rossi sullo schermo si sono accorti non solo che i loro piccoli pazienti si accorgevano del cambiamento, ma anche che impiegavano più tempo nell’osservazione. Proprio come se stessero contando i nuovi oggetti. Infatti nessuna variazione era stata introdotta oltre a quella numerica. Forme e colori restavano gli stessi. La scoperta che anche in tenera età l’essere umano è in grado di contare è particolarmente importante: apre una nuova finestra sulle nostre capacità intellettive ancora nascoste e può essere un fondamentale aiuto per sviluppare nuovi metodi di insegnamento della matematica.

Chi trova un amico trova… la salute
Gli individui che hanno un largo numero di amici, parenti o altri legami sociali possono avere una vita più lunga e più sana. Lo stesso non si può dire delle persone socialmente isolate. È questo il risultato di recenti studi portati a termine dalla Harvard School of Public Health di Boston. Stare in salute e vivere a lungo non è quindi solo conseguenza di sane abitudini e di una buona assistenza medica; un buon amico può fare più di molte medicine. Alcuni ricercatori di Harvard hanno infatti studiato il rapporto tra legami sociali, decessi e malattie cardiache su un campione di 28369 professionisti in salute di età compresa tra 42 e 77 anni. Queste persone sono state seguite dagli studiosi per dieci anni. Circa la metà dei soggetti apparteneva ad un sistema sociale molto ampio: un coniuge, un numeroso gruppo di amici e parenti, un atti vo coinvolgimento nella vita di comunità. Durante i dieci anni di studio, circa 1365 persone sono morte di attacco cardiaco, cancro o per altre cause. Gli individui più isolati socialmente risultarono per il 20% più a rischio di decesso rispetto ai loro coetanei non isolati. Inoltre il rischio saliva al 53% per le sole cause cardiache. Le persone con un ristretto numero di relazioni sociali sembravano avere più del doppio delle probabilità di morire per incidenti o suicidi, sempre rispetto alle persone della stessa età ma con altri legami sociali. Nei soggetti coniugati, poi, si è riscontrata una bassa incidenza di decessi dovuti a malattie e un’elevata riduzione dei rischi di incidenti e di suicidi. In più gli individui che prendevano parte ad una funzione religiosa almeno una volta l’anno e coloro che passavano almeno 11 ore alla settimana prendendo parte a un’attività sociale sembravano avere una specie di “protezione particolare” contro tutte le cause di morte. I dati sopracitati sono validi sia per gli uomini che per le donne. Come conclusione si potrebbe affermare che il personale sanitario dovrebbe prestare ai rapporti sociali dei pazienti la stessa importanza che dà ai livelli di colesterolo o alla pressione sanguigna: infatti la solitudine è un importante fattore di rischio per numerose patologie!

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