Giovani e (in)giustizia sociale in Europa

Il focus tematico proposto in questo secondo capitolo del Rapporto 2022 si sofferma sulla questione giovanile. Più precisamente, approfondisce il tema della (in)giustizia intergenerazionale, attraverso i risultati di un’ampia inchiesta campionaria realizzata in cinque tra i maggiori paesi europei: Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito. Tale indagine consente di mettere a confronto le prospettive, gli orientamenti, la visione del mondo della popolazione generale con quella dei giovani europei: gli under-30, con la possibilità di puntare l’attenzione sui giovanissimi, chi ha oggi un’età compresa tra i 18 e i 21 anni1. Dallo scenario globale, come si è visto nel precedente capitolo, derivano molteplici fonti di insicurezza. Ripetute crisi.

Quindi, potenziali momenti spartiacque, sotto il profilo storico, sociale, politico. Eventi che suggeriscono un prima e un dopo. Disegnano confini che attraversano le biografie individuali, e vi rimangono impressi. Proprio il loro rapido susseguirsi, tuttavia, rende arduo catturarne l’effetto, la capacità di lasciare un segno duraturo: di generare una generazione. Al contrario, in una società che racconta sé stessa quasi esclusivamente al tempo presente, anche le linee di separazione tra le diverse fasi del ciclo di vita diventano sempre più sfumate. La stessa definizione di gioventù, allargandosi ben oltre i venti e i trent’anni, spinge sempre più in là la soglia della vecchiaia. Nel Vecchio continente, si è giovani fino a 40 anni. In Italia, addirittura fino a 51. Ciò toglie specificità all’essere, anagraficamente, giovani. Nel momento in cui tutti (o quasi) si sentono giovani…

E cercano di apparire tali: nello stile di vita, nei comportamenti di consumo, nella cura di sé e nelle relazioni con gli altri. Tale difficoltà nell’individuare i “confini” della gioventù si riflette anche nelle opinioni espresse dagli under-30 europei, che su molte dimensioni appaiono “indistinguibili” da quelle delle generazioni precedenti. I giovani europei tendono, in generale, a indicare gli stessi problemi. Ad esprimere le stesse paure. Lo stesso grado di (in)soddisfazione rispetto alla qualità della vita e al “mondo” che li circonda. Il mondo rappresenta il loro orizzonte, ma allo stesso tempo genera insicurezza. La maggioranza dei giovani europei (55%, contro il 65% della popolazione generale) ritiene che la globalizzazione comporti soprattutto rischi. Anche per questo, otto giovani su dieci guardano anzitutto alla dimensione “locale”: si sentono in primo luogo cittadini della loro città, della loro regione, del loro paese. Solo in seconda battuta cittadini del mondo. E dell’Europa, visto che esprimono, comunque, maggiore fiducia (60%) nei confronti dell’Ue rispetto alla popolazione generale (52%).

Tale indistinguibilità dei giovani ha, naturalmente, dei riflessi “virtuosi”. Nel momento in cui alcuni temi, alcune battaglie che hanno caratterizzato, nella fase recente, i giovani europei, diventano temi e battaglie “di tutti”. È così per le questioni ambientali, rispetto alle quali si rileva una sensibilità e una propensione all’impegno che vanno ben oltre le fasce dei venti e trent’anni. Basti pensare che quasi otto persone su dieci, indipendentemente dall’età, si dicono oggi in apprensione sul tema del riscaldamento globale. Che sei persone su dieci, indipendentemente dall’età, pensano che la protezione ambientale dovrebbe avere la priorità rispetto alla crescita economica. La cancellazione dei confini tra generazioni comporta, allo stesso tempo dei rischi. Nasconde potenziali tensioni, che i risultati dell’indagine portano in superficie. Non è solo una questione di identità. O di definizioni. La deprivazione dello “status” di giovane fa da sfondo ad altre potenziali deprivazioni: in termini di benessere, risorse, qualità della vita, diritti. Opportunità, prospettive di miglioramento. In una parola: futuro. Si pone, allora, una questione di giustizia sociale: di giustizia intergenerazionale.

Che cosa lasciano (e cosa tolgono) le generazioni adulte agli attuali ventenni, e a chi arriverà dopo di loro? Come concepiscono il proprio futuro i ventenni, rispetto al “futuro del passato”: quello che avevano di fronte, alla stessa età, i loro padri e i loro nonni? Quasi una persona su due, in Europa, e quasi due su tre, in Italia, ritengono che i giovani di oggi avranno, in futuro, una posizione sociale ed economica peggiore rispetto a quella dei loro genitori (49%). Un bilancio generazionale ampiamente “in negativo”, sul quale grava, ancora una volta, il fardello dell’ambiente. Ma si riflette ampiamente su altre dimensioni: in primo luogo sulla sicurezza internazionale, le disponibilità economiche, le opportunità di lavoro. Il fronte dell’occupazione è proprio quello che delinea, almeno in prospettiva, e soprattutto in alcuni paesi, il quadro di un possibile conflitto fra generazioni. Più di un giovane europeo su due – il 57% dei giovanissimi – pensa che, per fare carriera, l’unica opportunità sia andare all’estero: il dato sale al 54% tra i giovani francesi, al 59% tra gli italiani, al 66% tra i polacchi.

Il 50% dei giovani europei (e il 62% degli italiani) ritiene che i lavoratori anziani blocchino le carriere dei giovani. Otto giovani su dieci prevedono di avere, un domani, una pensione più bassa rispetto a quelle di oggi (72%) oppure di non ricevere alcuna pensione (10%). Dalla dimensione famigliare e privata, tale malessere si estende alla sfera pubblica e politica. I giovani europei tendono – sì – a mostrare maggiore fiducia nei confronti delle principali istituzioni: o, più precisamente, esibiscono minore sfiducia rispetto all’opinione pubblica generale. Ma esprimono una insoddisfazione altrettanto diffusa circa il funzionamento della democrazia nel proprio paese, che riguarda circa la metà degli under-30. Soprattutto, i giovani mostrano maggiore “interesse” verso regimi politici “alternativi” rispetto alla democrazia rappresentativa. Circa un giovane su tre apre a sistemi nei quali “un leader forte può prendere decisioni senza interferenze” da parte di parlamento e tribunali (37%), oppure è l’esercito a governare (34%). Più di un giovane europeo su due (55%) è favorevole a un regime di impronta tecnocratica, nel quale “gli esperti, non i funzionari eletti, prendono le decisioni in base a quel che pensano essere il meglio per il paese”.

I temi (e i risultati) appena anticipati vengono approfonditi in questo secondo capitolo del Rapporto, che si articola in quattro paragrafi. Il primo si sofferma sulla definizione di gioventù (e di vecchiaia) e propone un confronto tra generazioni, in termini di opportunità e qualità della vita. Le rimanenti tre sezioni affrontano il tema della giustizia intergenerazionale, messa a fuoco da tre diverse angolature. Il secondo paragrafo si concentra sul tema della giustizia ambientale, interrogandosi su “quale pianeta”, in termini di qualità ambientale e risorse naturali, venga lasciato in eredità alle generazioni future. Il terzo paragrafo torna sui temi economici, chiedendosi quali condizioni si trovino a sperimentare (e quali vedano all’orizzonte) i giovani, nel passaggio dal mondo della scuola al mercato del lavoro. Il quarto paragrafo punta, infine, l’attenzione sul rapporto con la sfera pubblica e politica, analizzando come la condizione giovanile si rifletta, oggi, nel rapporto con le istituzioni e la rappresentanza politica, su scala nazionale e globale. 

GIOVINEZZA: DEFINIZIONE E CONDIZIONI DI VITA 

Cosa significa, oggi, essere giovani? È opportuno partire dalla definizione che gli individui danno di questa fase della vita: più precisamente, dalla soglia anagrafica che, nel loro immaginario, ne decreta la fine. Tale limite, secondo le persone intervistate nei cinque paesi oggetto d’indagine, si colloca a 40 anni. Si tratta, tuttavia, di una media attorno alla quale si registrano significative oscillazioni, dal punto di vista geografico e (prevedibilmente) anagrafico. La giovinezza “finisce prima” in Polonia e, soprattutto, nel Regno Unito: rispettivamente, a 37 e a 30 anni. Mentre dura molto più a lungo in Italia, dove, secondo il campione interpellato, si può essere considerati giovani fino a 51 anni.

Non sorprende, poi, che esista una associazione molto stretta con l’età anagrafica del rispondente. Gli under-30 collocano (mediamente) proprio intorno ai trent’anni la soglia oltre la quale si smette di essere giovani. Ma il dato sale progressivamente al crescere dell’età, fino a raggiungere i 46 anni fra chi ha superato i 65. Per gli over-65 italiani, la soglia raggiunge addirittura i 58 anni. All’estremo opposto, gli under-30 britannici, la cui idea di gioventù si ferma a 25. Del tutto speculari i giudizi sull’inizio della vecchiaia, che viene mediamente collocato intorno ai 68 anni. Il picco, anche in questo caso, viene raggiunto in Italia, dove la terza età viene fatta iniziare a 74 anni, dieci anni dopo rispetto a quanto avviene in Germania (65). Incide, anche in questo caso, l’età dell’intervistato: se tra gli over-65 il dato medio sale a 74 anni, tra gli under-30 si ferma a 59, con le classi rimanenti a disporsi ordinatamente tra questi due estremi.

Tratto da XIV Osservatorio Europeo curato da Demos per la Fondazione Unipolis – edizione 2022 – www.fondazioneunipolis.org/

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