Con la terapia comportamentale si dorme meglio

Con la terapia comportamentale si dorme meglio
Con la terapia comportamentale si dorme meglio

Con la terapia comportamentale si dorme meglio

L’uso di una terapia comportamentale e cognitiva può essere veramente efficace per il trattamento dell’insonnia cronica primaria, stando a quanto affermano alcuni studiosi della Duke University.

Tali sviluppi possono preludere ad una riduzione delle cure di tipo farmacologico, a vantaggio di una serie di istruzioni e di consigli volti a facilitare il ritmo sonno-veglia delle persone affette da questa grave sindrome. Una ricerca ha selezionato 75 adulti, di cui 35 donne, con un’età media di 55 anni, affette da insonnia cronica da sonno primario, con durata media dei sintomi di 13 anni. Le 75 persone sono state divise in tre gruppi di 25. Due gruppi sono stati sottoposti a terapie preesistenti, come il rilassamento muscolare e la desensibilizzazione. Il terzo gruppo di 25 individui è stato sottoposto a terapia comportamentale. La tecnica prevede due fasi principali: la prima, di tipo cognitivo, volta a correggere gli atteggiamenti sbagliati del paziente e ad istruire sulle necessità dell’organismo nei confronti del riposo notturno; la seconda basata, invece, sulla componente comportamentale, al fine di ristabilire un corretto ritmo sonno-veglia. Tra le altre cose, quindi, la cura prevede l’eliminazione dei pisolini pomeridiani, la riduzione del tempo trascorso a guardare la tv, leggere o anche semplicemente a riposare sul divano. La terapia comportamentale-cognitiva ha prodotto i maggiori miglioramenti rispetto agli altri trattamenti. In questo gruppo è stata infatti calcolata una riduzione del 54 percento relativamente al tempo trascorso per prendere sonno, contro riduzioni del 16 e del 12 percento degli altri due gruppi. Inoltre la terapia comportamentale ha prodotto maggiori miglioramenti nella normalizzazione e nell’efficienza del sonno. I primi miglioramenti significativi sono stati riscontrati entro sei settimane e risultano ancora attivi a sei mesi dall’inizio del trattamento.

I batteri evitano le allergie
Malattie come l’eczema atopico, la rinite allergica e l’asma colpiscono, ogni anno, un sempre maggiore numero di persone nella società occidentale. Tra le ipotesi formulate per spiegare questo fenomeno assumono un ruolo di primo piano la ridotta esposizione virale nei primi anni di vita, frutto della maggiore igiene, e le dimensioni sempre più ridotte delle famiglie. Forse, però, alcuni batteri, denominati probiotici, possono fornire un aiuto, inaspettato quanto utile. I probiotici sono colture di batteri potenzialmente benefici presenti nella microflora intestinale. Ad alcune donne in stato di gravidanza provenienti da famiglie con storie di malattie atopiche è stato somministrato il Lactobacillus GG prima e dopo la nascita del bambino, oltre che ai bambini stessi dopo la loro nascita. Il numero di bambini colpiti da eczema atopico è risultato ridotto della metà rispetto al gruppo di controllo. Questi numeri sono considerevoli e se confermati da altri studi e, se applicabili anche ad altre affezioni allergiche, i probiotici costituirebbero un importante progresso terapeutico. Sebbene il meccanismo di questi batteri intestinali sia ancora indeterminato, il risultato è sicuramente significativo ed aggiunge un altro elemento alla teoria che l’esposizione preventiva a germi e batteri rafforzi il sistema immunitario dei bambini.

Scoperto il modo per bloccare gli effetti della marijuana
Se si bloccano chimicamente i recettori del nostro cervello che rispondono allo stimolo della cannabinoide, composto chiave della marijuana, si riducono fortemente gli effetti intossicanti e l’ebbrezza provocati dalla droga. Una scoperta importante, che potrebbe condurre ad un efficace trattamento contro l’abuso di marijuana. L’ingrediente attivo della marijuana è il tetraidrocannabinolo che manifesta i suoi effetti legandosi con specifici recettori presenti nel cervello umano. In uno studio che vedeva coinvolti 63 uomini adulti con storie di uso di marijuana, è stato usato un composto denominato SR141716, che legandosi ai recettori di cannabinoide inibisce l’attivazione del tetraidrocannabinolo. Questi recettori, proteine che si trovano sulla superficie delle cellule cerebrali, sono presenti in maggior quantità nelle regioni preposte al pensiero e alla memoria, all’attenzione e al controllo del movimento. La loro precisa funzione è tuttora sconosciuta, anche se pare che in alcuni animali aumentino l’appetito e stimolino all’assunzione di cibo. I soggetti coinvolti nello studio sono stati divisi in due gruppi: al primo gruppo è stato somministrato il SR141716, al secondo gruppo un placebo. Dopo due ore a tutti i soggetti è stata fatta fumare una sigaretta di marijuana. Coloro che avevano assunto il composto hanno mostrato una significativa riduzione degli effetti della sigaretta mentre nei membri dell’altro gruppo è stata rilevata la tipica intossicazione da marijuana. Nonostante esista ancora una controversia sul fatto che la marijuana sia causa o meno di assuefazione e dipendenza, tale scoperta potrebbe risultare molto importante. Infatti, il composto potrebbe anche dimostrarsi utile per il trattamento dell’obesità e di malattie psichiche come la schizofrenia, oltre a migliorare la memoria. (am)

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