L’epoca delle passioni tristi

L’epoca delle passioni tristi

L’epoca delle passioni tristi

Miguel Benasayag
Gérard Schmit
Traduzione: Eleonora Missana
Collana: Universale Economica Saggi – Feltrinelli
Pagine: 132 Prezzo: Euro 7,5

“Finalmente un libro veramente serio sul disagio dei giovani che ha preso avvio il giorno che il futuro non è più apparso come una promessa ma come una minaccia.” Umberto Galimberti

Il libro
Gli autori di questo libro sono due psichiatri che operano nel campo dell’infanzia e dell’adolescenza. Preoccupati dalla richiesta crescente di aiuto rivolta loro, hanno voluto interrogarsi sulla reale entità e sulle cause di un apparente massiccio diffondersi delle patologie psichiatriche tra i giovani. Un viaggio che li ha condotti alla scoperta di un malessere diffuso, di una tristezza che attraversa tutte le fasce sociali. Viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinosa chiamava le “passioni tristi”: un senso pervasivo di impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, alla quale bisogna rispondere “armando” i nostri figli.

I problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura moderna occidentale fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Si continua a educarli come se questa crisi non esistesse, ma la fede nel progresso è stata ormai sostituita dal futuro cupo, dalla brutalità che identifica la libertà con il dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri. Tutto deve servire a qualcosa e questo utilitarismo si riverbera sui più giovani e li plasma. Per uscire da questo vicolo cieco occorre riscoprire la gioia del fare disinteressato, dell’utilità dell’inutile, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediati. È un invito rivolto a tutti, ma che assume preciso valore terapeutico per quanti, professionalmente, siano chiamati a rispondere al disagio giovanile: un invito ad aprire nuove piste per nuove pratiche cliniche.

Miguel Benasayag, Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi
(estratto)
Breve dichiarazione di intenti

“L’ascolto…” è la formula magica, l’“apriti Sesamo!” del nostro lavoro quotidiano in psichiatria. La parola come unico metodo terapeutico? No, ne esistono molti altri: forme di mediazione di diverso tipo, cure individuali e di gruppo, lavoro nelle e con le istituzioni, e perfino, talvolta, l’uso di farmaci. Ma, nel campo della psichiatria infantile e dell’adolescenza, il lavoro rimane centrato sulla parola e sull’ascolto. La relazione con il paziente è innanzitutto “psicoterapeutica”, in un’accezione ampia del termine. Oggi, due veterani dell’ascolto prendono la parola e chiedono a loro volta che li si ascolti. Il lettore potrà domandarci: “Allora, che c’è di nuovo, dottore, nella vostra specialità?”.
Concedeteci un po’ di attenzione, ma tranquillizzatevi: non pretendiamo di avere le risposte alle molteplici domande che vengono rivolte ogni giorno ai professionisti dei centri di consulenza psichiatrica o dei centri medico-psicopedagogici.
Il nostro obiettivo è un altro: cercare di comprendere i nuovi problemi con cui siamo posti a confronto nel corso del nostro lavoro, e quelli che le famiglie che ci consultano devono affrontare e vivere. Comprendere i problemi e proporre qualche spunto di riflessione. Nuove forme di sofferenza psichica?

Nella prima parte di questo lavoro desideriamo riflettere sull’aumento, che constatiamo ogni giorno, delle richieste di aiuto rivolte ai nostri servizi dalle famiglie, dalle istituzioni, dagli individui, in breve, dall’insieme della società. E più in generale sul fatto che, a nostro avviso, questa evoluzione è una testimonianza dell’innegabile tristezza che attraversa la società attuale.
È vero che siamo, in un certo senso, gli specialisti della crisi. Nei nostri servizi non si viene a parlare con un “dottore della vita affettiva” e meno ancora con un “dottore della felicità”, ma con qualcuno che possiede certe tecniche di base e che è supposto sapere (così si immagina volentieri il clinico dell’ascolto). Da qualche tempo a questa parte, però, è in atto un cambiamento che costringe a porsi alcuni interrogativi. Siamo di fronte probabilmente a un fenomeno di tipo nuovo, non riducibile all’evoluzione quantitativa delle domande di aiuto. Se è vero infatti che oggi l’affluenza supera di gran lunga la capacità di risposta delle nostre istituzioni, ci pare di poter individuare innanzitutto un vero e proprio cambiamento qualitativo, di cogliere un malessere che siamo impreparati ad affrontare non solo per la sua ampiezza, ma forse soprattutto per il suo contenuto.

Nei nostri servizi, siamo normalmente chiamati ad ascoltare, accogliere e trattare la sofferenza psichica dei giovani e delle famiglie che ci consultano. Al tempo stesso, è evidente che nel corso della storia le forme stesse del malessere, della sofferenza e del suo oggetto, evolvono e mutano. È ciò che accade oggi, e cerchiamo dunque di individuare nelle problematiche psicologiche alcune costanti che ci consentano di seguire questa evoluzione. Evitiamo fraintendimenti: noi continuiamo naturalmente a ricevere i bambini e i giovani che presentano sintomi e malattie di tipo psicologico. Ma è sempre ai nostri servizi che le famiglie, la scuola, i quartieri, il mondo del lavoro, la giustizia, tutti in situazione di crisi, indirizzano ogni giorno centinaia di bambini e di giovani. I nostri servizi sono così diventati, un po’ alla volta, una specie di imbuto in cui si riversa la tristezza diffusa che caratterizza la società contemporanea.
Terapeuti della crisi della società?

Questa ondata di richieste di aiuto riflette l’angoscia di un’intera popolazione: vediamo passare famiglie che ci interpellano perché sono scoppiate, o perché la disoccupazione cronica dei genitori e l’isolamento progressivo dal gruppo provocano una sofferenza psichica e sociale; insegnanti che ci consultano per cercare risposte “tecniche” ai loro problemi quotidiani di violenza, racket e droga… A tali richieste quotidiane si aggiungono quelle degli educatori, dei giudici, degli assistenti sociali e di altri soggetti sociali e istituzionali. Tutti costoro sembrano percepirci come dei tecnici in grado (forse) di offrire ipotesi interpretative e di aiutarli a pensare le situazioni che devono affrontare. (…)

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