Il fumo passivo nuoce più sul lavoro che a casa

Il fumo passivo nuoce più sul lavoro che a casa

Il fumo passivo nuoce più sul lavoro che a casa

Le donne non fumatrici che sono esposte al fumo di tabacco durante le ore di lavoro hanno un rischio più alto di sviluppare un cancro ai polmoni rispetto a quelle che respirano il fumo passivo a casa. Questo è quanto afferma un nuovo studio condotto in Germania.

Sembra infatti che chi vive con un fumatore ha un rischio doppio di tumore ai polmoni rispetto a chi vive in un ambiente completamente libero dal fumo, ma il rischio aumenta fino a tre volte se si respira il fumo sul posto di lavoro. I non fumatori dovrebbero evitare di esporsi al fumo passivo, sia a casa che nei posti pubblici, ma soprattutto dovrebbero cercare di lavorare in ambienti il più possibile sani, liberi da tabacco e da altri agenti che possono promuovere il tumore ai polmoni, come i residui della lavorazione del legno o le sostanze chimiche usate per la stampa. I ricercatori hanno basato il loro studio sull’osservazione di 234 donne a cui è stato diagnosticato un tumore polmonare e su altre 535 in buona salute. Nessuna di loro afferma di aver fumato più di 400 sigarette nella loro vita, e solo alcune di loro sono state in passato delle buone fumatrici. Otre ai risultati già esposti, i ricercatori hanno evidenziato che le donne che hanno lavorato per più di 10 anni a contatto con sostanze cancerogene hanno il doppio delle probabilità di sviluppare il tumore rispetto alle altre. Inoltre è emerso un dato decisamente curioso: una dieta a base di verdure ricche di antiossidanti e formaggio può prevenire il cancro del polmone. Fino ad oggi nessuno studio aveva evidenziato gli effetti del formaggio nella prevenzione del cancro polmonare.

Telefonini e tumori: nuove ricerche
Il risultato di un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Scienze Mediche e Veterinarie di Adelaide, Australia, afferma che le radiazioni emesse dai telefoni cellulari non causano la crescita di tumori nei topi da laboratorio. C’è quindi, a loro avviso, una certa sicurezza basata sul fatto che se le radiazioni non hanno effetti su animali così piccoli, non dovrebbero averne su animali di grossa taglia né tanto meno sull’uomo. Questo è solo l’ultimo di una numerosa lista di studi riguardanti il legame tra uso del telefono cellulare e incidenza di tumori cerebrali. Solo cinque anni fa, sempre in Australia, sono stati pubblicati i risultati di un’altra ricerca dove si leggeva che le radiazioni dei telefonini sembravano promuovere la crescita tumorale. Un altro studio effettuato da ricercatori svedesi pare confermare la dannosità delle suddette radiazioni, affermando che chi fa largo uso del cellulare ha l’80% di rischio in più di sviluppare un tumore al cervello. Al contrario, in Danimarca, il monitoraggio di più di 400.000 individui forniti di telefonini non ha mostrato nessun incremento nel rischio di tumori. Al momento della divulgazione dei risultati, gli studiosi di Adelaide hanno affermato che lo studio condotto in precedenza non può essere considerato valido in quanto le dosi di radiazioni fornite ai topi non era stata costante. Inoltre durante la nuova ricerca sono state prese tutte le precauzioni per assicurarsi che i dati rilevati fossero attendibili. Infatti le cavie sono state protette da ogni tipo di contaminazione virale proveniente all’esterno e i dosaggi delle radiazioni sono stati controllati scrupolosamente. La ricerca sarà presto ripetuta in Italia sotto il patrocinio dell’Unione Europea per confermare i risultati ottenuti in Australia e fornire maggiori informazioni circa i possibili danni causati dai telefoni cellulari.

Stretching o non stretching: questo è il dilemma
Lo stretching di riscaldamento prima di applicarsi in una qualsiasi pratica sportiva è sempre stato considerato utile per prevenire i dolori muscolari ed eventuali lesioni delle articolazioni, ma adesso due ricercatori australiani hanno pubblicato uno studio dove si afferma che non c’è nessuna prova scientifica che questa consolidata abitudine porti effettivamente dei benefici. Al contrario, i due studiosi hanno dichiarato che lo stretching non può in nessun modo prevenire i dolori muscolari dopo un allenamento né tanto meno ridurre i rischi di lesioni. I benefici prodotti dallo stretching sembrano essere dunque troppo irrisori perché valga la pena di praticarlo prima di qualsiasi prestazione atletica. Il consiglio dei due australiani è dunque di non praticare lo stretching perché è soltanto “una scocciatura che non porta nessun risultato”. Questi risultati sono in netta contrapposizione con la pratica comune di tutti gli allenatori e gli insegnanti di ginnastica. D’altra parte queste affermazioni potrebbero non essere così sorprendenti se si considerano le complesse proprietà meccaniche dei tessuti molli e le loro reazioni alle sollecitazioni cicliche che normalmente avvengono durante un allenamento. Sarebbe interessante che in futuro si studiassero gli effetti dello stretching prolungato per mesi o anni sugli atleti per verificarne gli effettivi benefici sulla prevenzione delle lesioni muscolari ed articolari.

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