Il cervello e il suo funzionamento: cosa succede ai ricordi

Il nostro cervello conserva un gran numero di ricordi, un insieme di informazioni, esperienze, emozioni e conoscenze che preserva e grazie alle quali possiamo richiamare alla mente il nostro passato e costruire la nostra identità. Gli effetti delle dipendenze e delle ripetizioni, le esperienze importanti: non tutti gli eventi e quanto avviene nella nostra vita lasciano lo stesso segno, alcune cose sono indelebili, lasciano un’impronta duratura, altre invece svaniscono.

“Questo accade – spiega Elvira De Leonibus dirigente di ricerca dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare (Ibbc) del Cnr – perché il nostro cervello è plastico, cioè capace di modificarsi con l’esperienza. Proprio come accade al terreno dopo la pioggia, alcuni cervelli ‘trattengono’ più facilmente le impronte, in particolare quelli dei bambini e dei giovani, che sono molto più plastici. Alcuni ricordi diventano sempre più deboli con il passare del tempo, altri invece non spariscono davvero, ma sembrano solo nascosti sotto la superficie, come se avessimo perso la chiave per raggiungerli”.

Vediamo allora come questo avviene a livello biologico. “A livello biologico, ciò che chiamiamo ‘impronta della memoria’ corrisponde a un engramma, ossia un gruppo di cellule e connessioni che cambia stabilmente quando apprendiamo qualcosa. Perché un engramma si formi e duri nel tempo, il cervello deve mettere in moto meccanismi molto complessi: produrre nuove proteine, rafforzare o creare sinapsi, modificare l’attività dei geni, anche tramite processi epigenetici”, chiarisce la ricercatrice.

Ci sono comunque alcuni individui che ricordano molto più di altri le esperienze vissute e le informazioni. Quali sono le cause? “Una prima risposta sta nelle differenze tra persone: esistono individui con una vera ‘supermemoria’, capaci di ricordare una quantità di dettagli molto maggiore rispetto alla media. Studiando questi casi si è scoperto che il segreto è il modo in cui il loro cervello registra le informazioni al primo incontro: lo fa in modo molto profondo ed efficace, lasciando una traccia particolarmente resistente. Paradossalmente, proprio perché queste memorie sono così solide, queste persone devono ‘lavorare di più’ per riuscire a dimenticare qualcosa. È come se ogni nuovo ricordo venisse inciso più profondamente nel loro cervello rispetto a quanto accade alla maggior parte degli altri”, sottolinea De Leonibus.

Anche la ripetizione rende i ricordi duraturi, li fissa, specie per quanto riguarda i movimenti, come avviene ad esempio con l’andare in bicicletta. “Anche dopo trent’anni senza allenamento, basta risalire in sella a una bici e il corpo ricorda cosa fare. Questo perché le memorie motorie si radicano in circuiti cerebrali specifici, quali lo striato e le aree prefrontali, e diventano automatiche. In un nostro studio su animali del 2018, abbiamo visto che, durante l’apprendimento di un nuovo movimento, i neuroni dello striato cambiano temporaneamente modo di funzionare: rispondono agli stimoli come se stessero dicendo ‘sto imparando qualcosa’. Quando il movimento diventa automatico, tornano al loro modo abituale di rispondere. È come se il cervello lasciasse un segno durante l’apprendimento e poi, quando il gesto è perfettamente assimilato lo ‘fissasse’ in profondità”, continua l’esperta.

Qualcosa di simile avviene anche nel caso della dipendenza da sostanze, dall’alcool agli stupefacenti. “La disintossicazione fisica dura poco, a perdurare è la dipendenza psicologica, che in realtà è una traccia concreta, un’abitudine profondamente incisa nei circuiti del cervello. Bere al bar, davanti alla televisione o quando si è tristi o contenti: ogni situazione diventa un segnale che riattiva il bisogno della sostanza. Una teoria oggi molto accreditata sostiene che le droghe modificano i sistemi che usiamo per imparare le abitudini, scavando un vero e proprio solco. Una volta creato, quel solco attira il comportamento come un binario da cui è difficile deviare”, precisa la ricercatrice.

Anche altri eventi restano impressi nella nostra mente, ad esempio un innamoramento, la nascita di un figlio, un incidente o un lutto. Vediamo cosa avviene in questi casi. “Le emozioni intense funzionano come un amplificatore della memoria.  Gli studi di psicologia mostrano che quando associamo due eventi – un luogo e un profumo, un rumore e un pericolo – la traccia resta nel nostro cervello anche se cerchiamo di eliminarla. L’estinzione, cioè il tentativo di cancellare un’associazione, non distrugge la memoria, la rende solo meno visibile. Per questo i ricordi traumatici possono tornare all’improvviso, anche dopo molti anni: la loro traccia non è mai stata cancellata davvero”, sottolinea De Leonibus.

Ci sono poi impronte davvero forti, indelebili, lasciate da precisi eventi durante le prime fasi dello sviluppo postnatale, evidenzia la ricercatrice, che conclude ricordando quanto descritto da Konrad Lorenz, considerato il fondatore dell’etologia moderna: “Lorenz notò che i pulcini appena nati seguivano spontaneamente la madre. Decise allora di far schiudere alcune uova in incubatrice e quando i pulcini aprirono gli occhi, la prima figura che videro fu lui, e quindi lo seguirono ovunque, come se fosse la loro madre naturale. Lorenz chiamò questo fenomeno imprinting: una brevissima finestra di tempo in cui un singolo evento può creare una memoria permanente, che dura tutta la vita. Negli esseri umani e nei primati non c’è un imprinting così automatico, perché il cervello è molto più plastico, tuttavia, nei primi anni di vita si formano forti legami di attaccamento con le figure che si prendono cura di noi. Questi legami non servono solo a garantire nutrimento e protezione, ma plasmano il modo in cui impariamo, esploriamo il mondo e costruiamo la nostra identità. La nostra specie nasce immatura: ha bisogno di tempo, contatti e relazioni. Ed è proprio grazie a queste prime impronte affettive che diventiamo ciò che siamo”.

Per approfondire: Almanacco Della Scienza – Cnr

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