Il disastro di Chernobyl in una serie tv

Il disastro di Chernobyl in una serie tv

Il disastro di Chernobyl in una serie tv – Cpyright CNR

A trentatré anni (26 aprile 1986) dalla catastrofe di Chernobyl, in cui esplose il reattore numero quattro della centrale nucleare posta nella città ucraina, Sky Atlantic e Hbo propongono una serie che racconta la terribile tragedia.

I cinque episodi di ‘Chernobyl’, in video dal 10 giugno 20019, narrano infatti le cause e le modalità con cui si è svolto il disastro, raccontando le storie delle eroiche persone che hanno messo a rischio la propria vita per ridurre il danno. Tra i protagonisti della fiction, Valery Legasov (Jared Harris), lo scienziato sovietico scelto dal Cremlino per indagare sull’incidente, fra i primi a comprendere la gravità dell’evento; Boris Shcherbina (Stellan Skarsgård) capo della commissione governativa istituita dalla Russia nelle ore immediatamente successive al disastro. È Emily Watson a vestire i panni di lana Khomyuk, la fisica nucleare sovietica impegnata a risolvere il mistero che ha portato all’esplosione e che arriva a scontrarsi, fino a rischiare la propria libertà e a temere per la propria vita, con chi ha tentato di seppellire il terribile segreto. C’è poi Lyudmilla Ignatenko (Jessie Buckley), la giovane moglie di Vasily, vigile del fuoco che non riesce a evitare l’esposizione alle radiazioni della centrale nucleare di Chernobyl.

Un evento davvero tragico quello di Chernobyl, provocato da errori umani, come spiega Valerio Rossi Albertini, fisico nucleare dell’Istituto di struttura della materia (Ism) del Cnr: “Il reattore, spinto a operare a piena potenza senza prendere le precauzioni necessarie a scongiurare l’incidente in caso di avaria, si surriscaldò fino a innescare un processo incontrollabile: l’acqua di raffreddamento si decompose, provocando un brusco innalzamento di pressione e la rottura delle tubazioni; il gas emesso esplose, scoperchiando il reattore e determinando l’incendio delle barre di grafite utilizzate per moderare la reazione nucleare. Il combustibile nucleare, ormai privo del sistema di refrigerazione e delle barre di moderazione, continuò a reagire sempre più violentemente, causando la vaporizzazione del materiale radioattivo, che si disperse nel territorio circostante e, trasportato dalle correnti d’aria, arrivò fino ai Paesi dell’Europa occidentale”.

Gravi gli effetti dell’incidente sia nell’immediato che negli anni seguenti, fino a oggi. “Le conseguenze immediate dell’esplosione furono la morte del personale intervenuto sul luogo a seguito dell’esplosione e di quello chiamato a domare l’incendio e a contenere la perdita di materiale radioattivo, per gli effetti letali di dosi intollerabili di radiazione”, continua il ricercatore del Cnr-Ism. “Successivamente, la contaminazione massiccia di ampie zone circostanti, in Ucraina e Bielorussia, provocò la morte di un numero consistente di abitanti delle zone vicine alla centrale. Ma la situazione è grave pure oggi, a causa dell’ancora elevatissimo livello di radiazioni presente nei dintorni della centrale. E gli isotopi radioattivi continueranno a essere dannosi per decine o forse centinaia di anni, nessuno può dirlo esattamente, poiché non si conosce con precisione la composizione del pulviscolo emesso e la sua distribuzione nel terreno”.

Il gran numero di vittime e il livello di inquinamento ancora elevato conseguenti all’esplosione ci fanno sperare che la terribile esperienza serva almeno a evitare che si ripetano simili eventi. “Esistono altri reattori della stessa generazione di quelli di Chernobyl, ma la probabilità di incidenti è bassissima. Tuttavia, come ci ricorda la storia, abbiamo avuto le catastrofi di Three Mile Island nel 1979, di Chernobyl nel 1986 e di Fukushima nel 2011. Tre disastri in trent’anni…”, conclude Rossi Albertini.
Fonte: Almanacco della scienza – CNR



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