Difficoltà di accesso al cibo più diffusa tra i giovani che vivono da soli: quasi uno su cinque, tra gli under 35, non può permettersi un’alimentazione adeguata. L’insicurezza alimentare è fenomeno multidimensionale che va oltre la mancanza di cibo, includendo anche la qualità nutrizionale dell’alimentazione, le preferenze alimentari e la dimensione sociale. A seguire una sintesi dei punti principali della ricerca Istat.
L’insicurezza alimentare è definita dalla Food and Agriculture Organization (FAO) come la condizione in cui si trovano le persone che non possono accedere, a causa di limitazioni fisiche o economiche, a un’alimentazione sana, nutriente, conforme alle proprie preferenze e idonea a sostenere una vita attiva e in buona salute. Si tratta dunque di un fenomeno multidimensionale che va oltre la mancanza di cibo, includendo anche la qualità nutrizionale dell’alimentazione, le preferenze alimentari e la dimensione sociale.
IN PROGRESSIVA RIDUZIONE LE FORME PIÙ GRAVI DI INSICUREZZA ALIMENTARE
Tra il 2014 e il 2024 si osserva una progressiva diminuzione della quota di popolazione che non dispone di sufficienti risorse per acquistare il cibo necessario (2,7% nel 2024, era 8,9% nel 2014).
IN AUMENTO LA QUOTA DI CHI NON PUÒ PERMETTERSI UN’ALIMENTAZIONE ADEGUATA
Cresce la quota di chi non può permettersi per motivi economici di consumare un pasto proteico almeno ogni due giorni (9,9% nel 2024, era 8,4% nel 2023), in controtendenza rispetto alla media dell’Unione europea.
DIFFICOLTÀ DI ACCESSO AL CIBO PIÙ DIFFUSA TRA I GIOVANI CHE VIVONO DA SOLI
Tra gli under35 che vivono da soli, quasi uno su cinque non può permettersi un’alimentazione adeguata (17,8%).
STRANIERI E RESIDENTI NEL MEZZOGIORNO DEVONO RINUNCIARE CON PIÙ FREQUENZA A MANGIARE CON PARENTI O AMICI
Tra i cittadini stranieri e i residenti nel Mezzogiorno, un adulto su 10 non può permettersi per ragioni economiche di mangiare con parenti o amici almeno una volta al mese, rinunciando così a opportunità ricreative di interazione, condivisione e coesione.
OLTRE 430MILA UNDER16 IN CONDIZIONE DI INSICUREZZA ALIMENTARE
Più colpiti i minori di 16 anni che risiedono nel Mezzogiorno (8,7%) e quelli che vivono in famiglie monogenitore (7,8%) o in famiglie dove il titolo di studio più alto dei genitori è la licenza media inferiore (17,9%).
PERSONE CON LIMITAZIONI PIÙ ESPOSTE ALL’INSICUREZZA ALIMENTARE
Nel 2024 l’insicurezza alimentare moderata o grave colpisce in misura maggiore (2,4%) le persone che presentano limitazioni nelle attività quotidiane per motivi di salute, rispetto a coloro che non presentano alcuna limitazione (1%).
L’insicurezza alimentare in Italia
In Italia nel 2024, il 5,5% degli individui mostra almeno uno degli otto segnali di insicurezza alimentare definiti dalla scala FIES (Food Insecurity Experience Scale). Il segnale più diffuso, con il 4,3% di incidenza, riguarda l’aver mangiato solo alcuni tipi di cibo, che nella scala ordinata per gravità (dal meno grave al più grave) si posiziona al terzo posto, seguito dall’essere preoccupato/a di non avere abbastanza cibo da mangiare (primo posto) e dal non aver potuto mangiare del cibo salutare e nutriente (secondo posto), entrambi pari al 2,5%. I segnali FIES che rilevano l’insicurezza alimentare più grave (aver avuto fame non avendo potuto mangiare e non aver mangiato per un giorno intero) presentano un’incidenza inferiore all’1% (0,7% e 0,5%, rispettivamente).
L’indicatore di “prevalenza dell’insicurezza moderata o grave” è pari all’1,3%, con un ampio divario tra il Mezzogiorno (2,7%) e il resto del Paese (0,6% nel Nord, 0,8% nel Centro). Rispetto al 2022 si osserva un miglioramento dell’indicatore sia a livello nazionale (era 2,2%), sia a livello di ripartizione geografica (era 1,4% nel Nord, 1,5% nel Centro e 3,8% nel Mezzogiorno). La prevalenza dell’insicurezza alimentare moderata o grave è maggiore nelle grandi città (1,6%), mentre le zone rurali o scarsamente popolate risultano meno esposte (0,9%); è inoltre più diffusa tra gli individui stranieri (1,8%) rispetto agli individui di cittadinanza italiana (1,3%). Se le differenze non sono significative tra uomini e donne, né tra adulti e minori, lo sono invece quelle tra coloro che presentano, per motivi di salute, limitazioni nelle attività abituali (2,4%) e coloro che non hanno alcuna limitazione (1%).
Non potersi permettere un pasto proteico nei Paesi Ue
Il non potersi permettere un pasto proteico almeno ogni due giorni (da ora in avanti semplicemente indicato come non potersi permettere un pasto proteico), inteso come indicatore della difficoltà di alimentarsi adeguatamente, è uno dei 13 segnali che contribuiscono a definire l’indicatore europeo di grave deprivazione materiale e sociale. Quest’ultimo indicatore, nella media dell’Unione europea, mostra un lieve miglioramento tra il 2023 e il 2024 (dal 6,8% al 6,4%). Una tendenza analoga, sebbene più marcata, si riscontra anche per l’indicatore sul pasto proteico, che dal 9,5% del 2023 scende all’8,5% del 2024. In Italia, a fronte di una sostanziale stabilità della grave deprivazione materiale e sociale (4,6%, era 4,7% nel 2023), la quota di popolazione che non può permettersi un pasto proteico è in aumento, passando dall’8,4 % del 2023 al 9,9% nel 2024 (quasi una persona su 10).
Le percentuali più alte si osservano in Bulgaria (18,7%), Slovacchia (17,1%) e Romania (16,3%). L’Italia si posiziona al 19esimo posto (9,9%), prima della Germania (11,2%) e della Francia (10,2%). In Spagna, la quota di individui che non possono accedere a un pasto proteico (6,1%) è di 2,5 punti percentuali inferiore alla media europea e di quasi 4 punti percentuali rispetto al dato italiano (6,1%). Le quote più basse si rilevano per Cipro (1,2%), Irlanda (1,8%) e Portogallo (2,5%).
Non potersi permettere un’alimentazione adeguata
A livello nazionale, sono quasi 6 milioni gli individui che non possono permettersi un pasto proteico (il 9,9% della popolazione). Le incidenze nel Nord-ovest e nel Nord-est sono in linea con la media nazionale (9,8% e 9,5%, rispettivamente), mentre nel Mezzogiorno si osserva un valore superiore, pari al 12,1%. Tra gli individui che vivono nelle zone rurali la diffusione del fenomeno è più elevata (12,5%) rispetto agli individui che vivono nelle grandi città (9%), nelle città di medie dimensioni o nelle cinture urbane (9,6%).
L’incidenza del fenomeno diminuisce, inoltre, all’aumentare del numero di componenti nella famiglia, soprattutto tra i giovani. Quasi una persona su cinque tra gli under35 che vivono da soli non può permettersi un pasto adeguato (17,8%), incidenza che scende al 15% tra i single di età 35-64 e al 12,6% tra le persone di età superiore a 64 anni che vivono da sole. Tra le famiglie con figli minori, quelle monogenitore sono più colpite (13,6%) rispetto alle coppie (9,5%), mentre tra le coppie senza figli l’incidenza è più bassa (8,6%). Le famiglie composte da soli stranieri mostrano un’incidenza quasi doppia (17,9%) rispetto alle famiglie composte da soli cittadini italiani (9,1%). Contestualmente, il 2,7% della popolazione dichiara di non avere abbastanza soldi per acquistare il cibo necessario, con una punta significativa del 4,3% nel Mezzogiorno. Inoltre, 1 milione 442mila famiglie (per un totale di oltre 3 milioni 165mila individui, il 5,4% dei residenti in Italia) dichiarano di aver fatto ricorso ad aiuti per avere cibo, abiti o altri beni indispensabili.
Il legame tra all’alimentazione e livello di istruzione
Evidente anche l’associazione tra la difficoltà di accesso a un’alimentazione adeguata e livello di istruzione: tra gli individui in famiglie con almeno un componente in possesso di un titolo terziario, la quota di coloro che non possono permettersi un pasto proteico si ferma al 6,9%, mentre raggiunge il 13,7% se il titolo massimo nella famiglia è la licenza media inferiore. Infine, l’indicatore diminuisce all’aumentare del numero di percettori di reddito in famiglia, passando dal 14,9% quando è presente un solo percettore al 7,8% quando ne sono presenti almeno due.
Quasi un terzo (31%) degli individui che vivono in famiglie che dichiarano di arrivare a fine mese con grandi difficoltà non può permettersi un pasto proteico, quota che supera di oltre tre volte la media nazionale (9,9%); l’incidenza si riduce significativamente tra coloro che dichiarano difficoltà (16%) o qualche difficoltà (8,1%).
Infine, tra le persone che vivono in famiglie che dichiarano di arrivare a fine mese con facilità o molta facilità, la quota di coloro che non possono permettersi un pasto proteico si riduce all’1,8% (circa 84mila individui), probabilmente a indicare anche scelte di consumo e stili di vita che non individuano nell’alimentazione adeguata una priorità.
Ovviamente all’aumentare del rischio di povertà – e dunque al diminuire del reddito – aumenta la difficoltà di accesso a un’alimentazione adeguata. Tuttavia, tra gli anziani soli (65 anni o più) l’alto rischio di povertà (27%) si associa a un’incidenza di mancato accesso a un pasto proteico mediamente inferiore rispetto alle altre tipologie familiari con pari livello di reddito. Le possibili spiegazioni rimandano anche alle abitudini di consumo e quindi al fatto che le famiglie composte da anziani destinano alle spese in beni alimentari una quota maggiore del loro budget rispetto alle famiglie più giovani, che più spesso devono sostenere, ad esempio, spese per affitto o mutuo.
Per approfondire: Istat.it
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