“Bravi ragazzi”: il poliziotto picchiato a Torino e il disagio interiore

La domanda “esiste ancora il bravo ragazzo?” è una domanda retorica. Non è mai esistito, il “bravo ragazzo”, come entità avulsa dalla realtà in cui è inserito. Esistono esseri umani che vivono la propria vita in un contesto sociale e culturale, familiare e relazionale, e, secondo il proprio carattere, le esperienze vissute, i segni, positivi o negativi, che queste esperienze hanno lasciato, agiscono nel mondo, in base ai propri valori.

di Annarosa Pacini

L’aggressione nei confronti di un poliziotto è diventata virale, come la caccia agli aggressori. Tra questi, un ragazzo di 22 anni, della provincia di Grosseto. Non quello che ha picchiato di più, non quello che ha fatto peggio: quello più riconoscibile, e quindi, il primo ad essere arrestato. Le cronache raccontano di genitori increduli che da un giorno all’altro si trovano con un figlio in prigione. “E’ un bravo ragazzo, siamo brave persone”, sono le parole dei genitori. Sicuramente, anche loro spiazzati da una realtà che non avrebbero immaginato. Ma esiste ancora, il “bravo ragazzo”? È mai esistito? E da dove arriva, la violenza che sempre più pervade il tessuto sociale e tramite l’istantaneità del web, si riversa nelle nostre vite?

Piccolo riassunto degli ultimi giorni. Matteo Giunta, 43 anni, allenatore e preparatore atletico, marito di Federica Pellegrini, usa Instagram per sfogarsi contro i genitori che mandano all’asilo i figli malati: “siete degli irresponsabili pezzi di m…”. Diventa virale. Il sindaco di Grosseto, Anton Francesco Vivarelli Colonna, 56, cade più volte da una carrucola per bambini che vuole inaugurare, e Luca e Paolo ne parlano su LA7. Diventa virale. Vivarelli Colonna, commenta, tra le altre cose, “Pensate che sarebbe successo se nella profusione dello sforzo nello stare in equilibrio sulla carrucola mi fosse scappato qualche rumore corporale”. Tifoso dell’Inter lancia un petardo contro il portiere avversario. Il tifoso perde anche alcune dita. Nel processo, uno tra i tanti, per femminicidio, Alessio Tucci, 19, che ha tolto la vita alla ex ragazza, Martina Carbonaro, 14 anni, a colpi di pietra, si contesta omicidio pluriaggravato da motivi futili e abietti, dalla minore età della vittima e dalla relazione tra i due ma – queste le ultime notizie – non ci sarebbe stato accanimento tale da giustificare la contestazione dell’aggravante della crudeltà.

La domanda, “esiste ancora il bravo ragazzo” è una domanda retorica. Non è mai esistito, il “bravo ragazzo”, come entità avulsa dalla realtà in cui è inserito. Esistono esseri umani che vivono la propria vita in un contesto sociale e culturale, familiare e relazionale, e, secondo il proprio carattere, le esperienze vissute, i segni, positivi o negativi, che queste esperienze hanno lasciato, agiscono nel mondo, in base ai propri valori. Il concetto del “bravo ragazzo” implica che una persona si comporti in un modo oggettivamente adeguato, in base a principi morali ed etici. Da cui, “bravo”, che, ricordiamo, ha molte accezioni: può riferirsi, in modo positivo, alle qualità morali e alle doti dell’animo, ma la radice etimologica è legata allo spagnolo “bravo”, di etimo discusso, si ipotizza dal latino “barbărus”, ovvero, “selvaggio, indomito”, incrociato con “pravus”, “malvagio”. Da una “bravata” può nascere una tragedia. Perciò, la parola stessa nasconde molte ambiguità. Bravo a scuola, bravo a mentire. Si può essere abili in positivo come in negativo.

Picchiare un poliziotto non è una “bravata”. È qualcosa di più. Implica non riconoscere il valore dell’essere umano che si ha di fronte, esprimere il proprio malessere interiore (che sia protesta, ribellione, disaccordo, o altro), tramite la violenza, violenza contro una persona che sta svolgendo il proprio lavoro. Un lavoro, quello del poliziotto, duro, difficile, oggi più che mai. Come gli insegnanti. Ruoli un tempo oggetto di rispetto, ma, in questi tempi, invece, spesso biasimati, da chi, eppure, se ne giova. Che si tratti di essere protetti e difesi dall’aggressione di un criminale o di essere nutriti dalla conoscenza per poter crescere come esseri umani migliori. È la scelta che fa la differenza, la scelta delle parole, non solo delle azioni. (continua a leggere su “annarosapacini.com”)