Quando bere dà alla testa

Quando bere dà alla testa

Quando bere dà alla testa

Il vino gode in Italia il favore di una larga fascia della popolazione. Questo anche a causa della dimensione produttiva del comparto. Subito dopo la nascita del Regno d’Italia, infatti, si decise di abbandonare l’arretratezza di una viticoltura troppo “agricola” a vantaggio di quella industriale e commerciale. In parallelo, però, nacque il dibattito sugli effetti nocivi dell’ambito di questo alimento. Diciannove anni più tardi, sempre nella città piemontese, si tenne un ciclo di seminari svolti da undici illustri conferenzieri sul tema.

Oggi due di quei discorsi, quelli dell’autore di “Cuore” Edmondo De Amicis e del medico Cesare Lombroso, sono stati raccolti in “Il vino. Anima e psiche”, da un piccolo editore, Whingsbert House. La pubblicazione propone due differenti approcci secondo De Amicis. Un vino è il “veleno che trascina all’ozio, all’istupidimento che va combattuto e vituperato. L’altro è il vino che fa alzare il calice, la fronte, il pensiero. L’allegria della mensa “che rinvigorisce le convalescenze sospirate dei nostri bambini”. L’ultima parte della frase, quella sui fanciulli, è testimone di un’epoca in cui l’Italia versava in una fase di povertà alimentare tale che il vino poteva rispondere, in estrema ratio, a una necessità energetica. Oggi la valutazione del consumo in età precoce è ovviamente ben diversa.

L’ultimo studio Espad, condotto in Italia dall’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa, evidenzia che in Europa siamo nella pare medio-alta rispetto al bere alcolici tra i giovani (15-19 anni). Il vino rappresenta la seconda sostanza alcolica maggiormente consumata dai ragazzi nel mese antecedente l’indagine, col 48% delle preferenze, dopo la birra col 60%. Il 29% ne fa un consumo occasionale, il 6% più assiduo. Un dato, in parte consolatorio, è però che siamo in basso nella media delle ubriacature.

“Senza sottovalutare la pericolosità del vino, siamo un Paese dotato di una maggiore cultura del bere. I comportamenti finalizzati alla ricerca degli effetti psicoattivi della sostanza, dello sballo, conosciuti come “binge drinking” e molto diffusi nel Nord Europa, sono meno frequenti tra i ragazzi italiani. Si può ipotizzare che questo possa essere associato proprio alla normalizzazione del consumo di vino in molte case italiane”, spiega Sabrina Molinaro del Cnr-Ifc, coordinatrice europea degli studi Espad. “Abbiamo tuttavia rilevato tra gli adulti un aumento dei consumi femminili tra le mura di casa, quel fenomeno che in America va sotto la definizione di casalinghe disperate. Donne che bevono vino senza una chiara percezione, per esempio mentre cucinano”.

Al di là dei confronti, di giovani che hanno ecceduto almeno una volta nell’ultimo mese arriva al 34%. “Abbiamo il problema di un’età prematura, di primo consumo dell’alcol. E qui la birra vince su tutti”, prosegue la ricercatrice. “Negli ultimi anni, inoltre, abbiamo osservato un aumento dei consumi di cocktail. È necessario quindi essere accorti: un long drink apparentemente innocuo presenta molte volte un tasso alcolico importante”.

Insomma: è più facile che i ragazzini ricorrano allo “shottino” per ubriacarsi che al vino, collegato a un altro tipo di convivialità. Considerando però anche alcuni dati sull’aumento dei consumi, la prudenza e il controllo sono doverosi. E appare francamente dotato e anacronistico.

Romantico l’approccio di De Amicis, secondo il quale il vino “è stato chiamato il cavallo del poeta. E non si puo’ negare, certamente, che in groppa a questo cavallo, il poeta, se non va sano, va lontano”. I danni che può arrecare alla mente, secondo lo scrittore, sono minimi. De Amicis però ammette l’influsso latente nella società del bere, un’ubriachezza nascosta, “e un effetto che sfugge all’osservazione, ma che è enorme, senza dubbio, quello che produce nella vita sociale questo gran torrente purpureo che passa ogni giorno attraverso alla popolazione d’una grande citta, nelle ore della sera e della notte”.

Una preoccupazione condivisa anche da Lombroso, che avverte: i bevitori di vino hanno una mortalità almeno 3,25 maggiore degli astemi. Oltretutto, per il medico, l’abuso di alcol “intacca la memoria, turba i sogni e il carattere da gaio diventa taciturno quando non feroce in famiglia”. Non va poi dimenticato l’aspetto dell’ereditarietà. “Gli ubriachi trasmettono ai figli la disposizione a impazzire o commettere delitti”. Da coppie sobrie che concepiscono un figlio dopo una bevuta aggiunge Lombroso, possono nascere figli epilettici, paralitici, pazzi, idioti. L’analisi scientifica lombrosiana è, come sempre, opinabile e in parte superata. Ma la sua sensibilità sociale è condivisibilissima, così come l’intervento dello Stato con leggi. L’alcol rappresentava un problema serio, allora come oggi. “In Italia, anche se lo si sottovaluta spesso, questa è la sostanza psicoattiva che provoca maggiori danni”, ricorda Molinaro.
Per saperne di più: Almanacco della Scienza



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