L’uomo artigiano

L’uomo artigiano

L’uomo artigiano

Saper fare bene le cose per il proprio piacere: una regola di vita semplice e rigorosa che ha consentito lo sviluppo di tecniche raffinatissime e la nascita della conoscenza scientifica moderna. L’uomo artigiano è il perfetto antidoto all’Uomo flessibile: la riscoperta della fondamentale pulsione umana all’“arte di saper fare” e al “saper fare con arte” contro l’erosione di ogni eccellenza.

Richard Sennett
Traduzione: Adriana Bottini
Collana: Universale Economica Saggi
Pagine: 320 Prezzo: Euro 12,00

Il libro Saper fare bene le cose per il proprio piacere: una regola di vita semplice e rigorosa che ha consentito lo sviluppo di tecniche raffinatissime e la nascita della conoscenza scientifica moderna. Fabbri, orafi, liutai univano conoscenza materiale e abilità manuale: mente e mano funzionavano rinforzandosi, l’una insegnava all’altra e viceversa. Ma non è il solo lavoro manuale a giovarsi della sinergia tra teoria e pratica. P
erché chi sa governare se stesso e dosare autonomia e rispetto delle regole, sostiene Sennett, non solo saprà costruire un meraviglioso violino, un orologio dal meccanismo perfetto o un ponte capace di sfidare i millenni, ma sarà anche un cittadino giusto.
L’uomo artigiano racconta di ingegneri romani e orafi rinascimentali, di tipografi parigini del Settecento e fabbriche della Londra industriale, un percorso storico attraverso cui Sennett ricostruisce le linee di faglia che separano tecnica ed espressione, arte e artigianato, creazione e applicazione. Il miglior esempio di “saper fare” moderno? Il gruppo che ha creato Linux, gli artigiani della moderna cattedrale informatica. L’uomo artigiano infatti non è un libro nostalgico, ma una ricerca intorno al significato più profondo di “lavoro fatto a regola d’arte”.

(estratto)
da 1. Le tribolazioni dell’artigiano
L’Efesto moderno
Gli antichi tessitori e i programmatori di Linux

Una delle prime celebrazioni dell’artigiano compare nell’inno omerico a Efesto, il dio protettore degli artigiani: “Efesto, glorioso per la destrezza, canta, o Musa dalla limpida voce: / egli, insieme con Atena dagli occhi scintillanti, opere egregie / insegnò sulla terra ai mortali, che fino allora / vivevano negli antri, sulle montagne, come le fiere, / ma ora, grazie a Efesto glorioso per l’ingegno avendo appreso le arti, / facilmente, fino al compimento dell’anno, la vita / conducono sereni nelle proprie case”. Lo spirito del poema è in contrasto con quello della leggenda di Pandora, che prese forma più o meno nella medesima epoca. Pandora presiede alla distruzione, Efesto al lavoro dell’artigiano inteso come portatore di pace e iniziatore della civiltà.
Superficialmente, l’inno a Efesto può apparire la celebrazione di un cliché, quello che pone l’inizio della civiltà nel momento in cui gli esseri umani cominciarono a usare utensili. Ma esso fu scritto migliaia di anni dopo che ebbe inizio la fabbricazione di attrezzi come i coltelli, la ruota e il telaio. Più che essere un tecnico, l’artigiano civilizzatore è colui che ha usato quegli attrezzi per un bene collettivo, per porre fine dell’esistenza nomadica di un’umanità di cacciatori-raccoglitori e di guerrieri senza radici. Riflettendo sull’inno omerico a Efesto, uno storico moderno scrive che, appunto perché la manifattura “aveva liberato gli individui dall’isolamento, personificato dai cavernicoli Ciclopi, artigianato e comunità erano, per i greci arcaici, indissolubili”.

La parola greca che traduciamo con artigiano è demiourgos, un composto che unisce l’idea di pubblico (demios: “appartenente al popolo”) e di produzione (ergon: “opera, lavoro”). L’artigiano dell’età arcaica occupava una fascia sociale equivalente grossomodo alla nostra classe media. I demiourgoi, oltre ai lavoratori manuali specializzati, come i vasai, comprendevano anche i medici e i magistrati minori, nonché gli aedi professionisti e gli araldi o banditori, coloro che annunciavano nelle strade notizie di interesse pubblico. Questa fetta di cittadini comuni si situava nel mezzo tra gli aristocratici, relativamente pochi e liberi dalla necessità di guadagnarsi da vivere, e la massa degli schiavi, che svolgevano quasi tutto il lavoro necessario alla società ed erano in molti casi dotati di elevate abilità tecniche, che non gli conferivano però riconoscimento e diritti politici. Fu nel contesto di tale società arcaica che l’inno a Efesto celebrò come civilizzatori coloro che sapevano usare congiuntamente la testa e la mano.

La Grecia arcaica, al pari di molte società che fino a non molto tempo fa gli antropologi definivano “tradizionali”, dava per scontato che le abilità tecniche venissero tramandate da una generazione all’altra. Questo assunto è più significativo di quanto non sembri a prima vista. Nelle società “basate su abilità specializzate” ma di tipo tradizionale, le norme sociali avevano maggior valore delle doti individuali. Lo sviluppo dei propri talenti dipendeva dal seguire le regole stabilite dalle generazioni precedenti; in tale contesto, la parola “genio”, nel senso di qualità personale, tanto importante per i moderni, non aveva senso. Sul piano personale, il diventare abile in un’arte o un mestiere richiedeva di essere obbediente alle norme sociali. L’autore dell’inno a Efesto accettava la natura di questo legame comunitario. Come succede in ogni cultura nei confronti di valori profondamente sentiti, sembrava una cosa assiomatica che le persone si identificassero con altri artigiani in quanto concittadini. L’abilità tecnica le legava ai loro antenati tanto quanto ai loro colleghi. Nella loro evoluzione graduale, le abilità tradizionali sembrano dunque sottrarsi al principio arendtiano della “natalità”.
Se nell’età omerica l’artigiano era celebrato come persona pubblica, nell’età classica la sua dignità si offuscò.

Il lettore di Aristofane trova un piccolo segnale di questo cambiamento nel disprezzo con cui il commediografo tratta i vasai Kittos e Bacchios, considerati stupidi e ridicoli a causa del lavoro che fanno. Un segnale più grave delle diminuite fortune dell’artigiano compare negli scritti di Aristotele sulla natura del lavoro manuale. Si legge nella Metafisica: “Perciò noi riteniamo che coloro che hanno la direzione nelle singole arti siano più degni di onore e posseggano maggiore conoscenza e siano più sapienti dei manovali, in quanto conoscono le cause delle cose che vengon fatte…”. Si noti che Aristotele abbandona il vecchio termine demiourgos, per usare invece cheirotechnes, lavoratore manuale.
Questo cambiamento rivestì un significato particolare e ambiguo per le donne. Da tempi antichissimi, la tessitura era un mestiere riservato alle donne che conferiva loro rispetto nella sfera pubblica; l’inno omerico cita appunto arti come la tessitura tra le pratiche che contribuirono a civilizzare le tribù di cacciatori-raccoglitori. Con il passaggio dalla società arcaica alla società classica, il valore pubblico delle tessitrici continuò a essere celebrato. Ad Atene, erano le donne a tessere il peplos, la stoffa che veniva portata in processione durante le annuali festività Panatenee.

Ma altre arti domestiche, per esempio la cucina, non godevano di analogo prestigio pubblico e in generale nessuna arte o mestiere da loro svolti valsero alle donne ateniesi il diritto di voto. Lo sviluppo della scienza classica contribuì alla divisione delle abilità tecniche lungo confini di genere che diede luogo alla connotazione maschile della parola artigiano, particolarmente evidente nel termine inglese “craftsman”. La scienza classica contrapponeva l’abilità manuale del maschio alla capacità della donna, legata alla sua anatomia, di mettere al mondo figli; contrapponeva la muscolatura robusta dell’uomo a quella debole della donna, arrivando a dedurre che anche il cervello maschile fosse più “robusto” di quello femminile.
Tale distinzione di genere fu il seme di una pianta ancora oggi vitale: le arti domestiche, insieme a coloro che le svolgono, appaiono in generale di natura diversa dalle attività lavorative che vengono ora svolte fuori dalle pareti domestiche. Per esempio, l’allevamento dei figli non lo consideriamo un “mestiere” nel senso in cui lo è quello dell’idraulico o del programmatore, benché per diventare una brava madre o un bravo padre occorra acquisire tutta una serie di abilità altamente qualificate. Il filosofo classico più in sintonia con l’ideale arcaico di Efesto fu Platone, il quale si preoccupava anzi per il suo declino.

Platone ricollegava l’abilità tecnica al verbo poiein, “fare”. Da poiein deriva la parola “poesia”, e anche nell’inno i poeti sono nominati tra i vari tipi di artigiani. Questo tipo di attività è sempre caratterizzata dall’aspirazione alla qualità. Platone formulò questa aspirazione come arete, il criterio di eccellenza implicito in ogni atto: l’aspirazione alla qualità spinge l’artigiano a migliorare sempre, a non accontentarsi di risultati “passabili”. Ma Platone notava che ai suoi tempi, benché “gli artigiani fossero tutti poietai […] non sono chiamati così, hanno altri nomi”. Lo preoccupava che questi nomi diversi, anzi queste diverse abilità, impedissero alle persone di riconoscere ciò che avevano in comune. Nei cinque secoli intercorsi tra la redazione dell’inno a Efesto e i tempi di Platone, qualcosa evidentemente era andato perduto. L’unità esistente in epoca arcaica tra abilità tecnica e comunità si era indebolita. Le abilità pratiche ancora costituivano la base della vita della città, ma non erano onorate per questa loro funzione.

Per meglio spiegare la presenza tuttora vitale di Efesto, devo chiedere ai lettori e alle lettrici di compiere un lungo salto con la mente. Le persone che partecipano alla creazione dei software open source, in particolare del sistema operativo Linux, sono artigiani che incarnano alcuni degli elementi celebrati nell’inno a Efesto, ma non tutti. Inoltre, i tecnici di Linux, come gruppo, sembrano illustrare la preoccupazione di Platone, sia pure in forma moderna; questo corpo di artigiani, più che essere disprezzato, viene considerato una comunità molto insolita, di fatto marginale.
Il sistema operativo Linux è un manufatto pubblico. Il codice sorgente del kernel Linux su cui si basa il sistema operativo è accessibile a tutti, tutti lo possono usare e adattare; le persone dedicano gratuitamente il proprio tempo per migliorarlo. È il contrario del codice sorgente usato da Microsoft, i cui segreti erano fino a pochissimo tempo fa gelosamente custoditi come proprietà intellettuale di un’unica azienda. In una popolare applicazione open source, Wikipedia, il programma rende possibile la creazione di una enciclopedia alla quale qualunque utente può dare un contributo.

Al momento della sua nascita, negli scorsi anni novanta, Linux voleva recuperare un po’ dello spirito di avventura dei tempi pionieristici dell’informatica, negli anni settanta. In questi trent’anni, l’industria del software si è andata trasformando e il suo panorama si è ristretto a poche aziende dominanti, che hanno comprato o espulso dal mercato i concorrenti minori. E nel corso di questo processo, le aziende monopoliste sono andate sfornando prodotti sempre più mediocri. Tecnicamente, il software open source segue gli standard della Open Source Initiative, ma l’etichetta grossolana di “software libero” non rende del tutto l’idea del modo in cui vengono usate le risorse in Linux. Eric Raymond distingue tra due tipi di software libero: il modello a “cattedrale”, in cui un gruppo ristretto e chiuso di programmatori sviluppa il codice e poi lo rende accessibile a tutti gli altri, e il modello a “bazar”, in cui tutti possono partecipare via Internet a costruire il codice. Linux usa gli artigiani presenti in una sorta di bazar elettronico. Il kernel Linux fu sviluppato da Linus Torvalds, che negli anni 1990 mise in pratica il principio, incisivamente espresso da Raymond nella formula: “Dato un numero sufficiente di occhi, tutti i bug vengono a galla”, ovvero: se al bazar della scrittura dei codici sorgenti partecipa un grande numero di persone, i problemi riguardanti la produzione di un buon codice possono essere risolti più facilmente che nella cattedrale, e a maggior ragione più facilmente che nel caso del software proprietario.

Quella di Linux è dunque una comunità di artigiani ai quali può essere applicato l’antico appellativo di demiourgoi. Al centro del suo interesse è il conseguimento della qualità, il lavoro ben fatto, che da sempre è il marchio di identità dell’artigiano. Nel mondo tradizionale del vasaio o del medico della Grecia arcaica, i criteri che definivano un lavoro ben fatto erano stabiliti dalla comunità, man mano che le abilità tecniche erano trasmesse da una generazione all’altra. Questi moderni eredi di Efesto si sono tuttavia trovati di fronte, all’interno della loro comunità, a un conflitto tipico delle esperienze comunitarie circa l’uso delle loro abilità tecniche.
La comunità dei programmatori è alle prese con il problema di come conciliare la qualità con l’accesso aperto. Nel caso di Wikipedia, per esempio, molte voci sono tendenziose, triviali, quando non semplicemente sbagliate. Un gruppo di scissionisti vuole oggi applicare criteri di revisione e controllo, un desiderio che contrasta con quello del movimento di rimanere una comunità aperta. Ma gli “elitisti” fautori della revisione non contestano la perizia tecnica dei loro avversari; in questo conflitto, entrambi gli schieramenti hanno a cuore più di tutto la salvaguardia della qualità. Il conflitto è altrettanto forte anche nel campo dei codici sorgenti dei programmi Linux sul versante della ideazione dei programmi. I membri del gruppo si trovano di fronte a un problema strutturale: come far coesistere, in una comunità, la qualità della conoscenza con lo scambio libero e paritario. Sbaglieremmo a pensare che, per il fatto che le comunità artigianali tradizionali si trasmettono le abilità tecniche da una generazione all’altra, le abilità trasmesse siano state fissate una volta per tutte; al contrario.

L’arte della ceramica, per esempio, mutò radicalmente quando si diffuse l’uso di porre l’impasto di argilla su un disco di pietra girevole; ne derivarono nuovi modi di modellare gli oggetti. Ma questo cambiamento, così radicale, avvenne a poco a poco. Nel mondo Linux, il processo di evoluzione delle abilità tecniche è fortemente accelerato; i cambiamenti avvengono quotidianamente. Si è portati a credere, inoltre, che a un bravo artigiano, si tratti di un cuoco o di un programmatore, interessi soltanto la risoluzione dei problemi: trovare soluzioni che consentano di portare a termine il compito, di chiudere la storia. Il lavoro che vi è in concreto coinvolto passa cioè in secondo piano. Nella rete degli sviluppatori di Linux, quando un certo bug (cioè un’imperfezione nel codice) viene emandato, spesso si aprono nuovi usi possibili del codice. Il codice è qualcosa in costante evoluzione, non un oggetto finito e immutabile. In Linux si dà una relazione pressoché istantanea tra risoluzione dei problemi e individuazione dei problemi. Fatte salve le differenze citate, il ritmo, che si crea nella sperimentazione, tra soluzione e individuazione dei problemi rende l’antico vasaio e il moderno programmatore membri della stessa tribù. L’analogia diventa più evidente se proviamo a mettere a confronto gli sviluppatori di Linux con un’altra tribù moderna, quella dei burocrati, restii a compiere una mossa se non sono stati delineati in anticipo tutte le finalità, tutte le procedure e tutti i risultati desiderati di un determinato provvedimento.

Il loro è un sistema di conoscenza chiuso. Nella storia delle arti manuali, i sistemi di conoscenza chiusi hanno avuto tendenzialmente vita breve. L’antropologo André Leroi-Gourhan contrappone per esempio, nella Grecia preclassica, la tecnica del fabbricare coltelli in metallo, una tecnica difficile, aperta, in evoluzione, ma duratura, a quella della fabbricazione di coltelli in legno, più precisa e più economica, ma statica, che fu presto abbandonata, in cambio dei pur numerosi problemi posti dalla metallurgia.
Dove Linux è più profondamente “greco” è nella sua impersonalità. Nei laboratori on line di Linux, è impossibile capire, per esempio, se l’indirizzo “aristotle@mit.edu” si riferisce a un uomo o a una donna; quello che conta è che da lì sono venuti contributi alla discussione. L’esperienza degli artigiani dell’età arcaica era connotata da una analoga impersonalità; spesso, in pubblico, i demiourgoi venivano interpellati con il nome della loro professione. In realtà, tutte le attività artigianali posseggono questo carattere di impersonalità. Il fatto che la qualità del lavoro sia impersonale può far apparire spietata la sua pratica: la circostanza che io abbia un rapporto nevrotico con mio padre non giustificherà il fatto che il mio giunto a tenone e mortasa non tiene. Nella chat di un gruppo britannico di utenti di Linux da me frequentata, i tipici giri di frase e le schermaglie ben educate della cultura inglese sono scomparsi. Niente locuzioni tipo: “A me pare che forse in questo caso…”; no, si dice: “Hai fatto un gran casino”. Da un certo punto di vista, questa rude impersonalità apre le persone verso l’esterno.
La comunità di Linux avrebbe potuto fornire uno spunto al sociologo C. Wright Mills, quando descrive, alla metà del secolo scorso, il carattere dell’artigiano. Scrive Mills:

Il lavoratore che ha il senso del suo mestiere si impegna nel lavoro per il lavoro; la soddisfazione di lavorare è la sua ricompensa; nella sua mente, i particolari del lavoro quotidiano sono messi in collegamento con il prodotto finale; il lavoratore ha il controllo delle proprie azioni nel corso del lavoro; l’abilità si sviluppa all’interno del processo lavorativo; il lavoro è connesso con la libertà di sperimentare; in fine, la famiglia, la comunità e la politica sono misurate dai criteri di soddisfazione interiore, coerenza e sperimentalismo propri del lavoro artigianale.
Se la descrizione di Mills appare troppo idealizzata e utopistica, anziché liquidarla come tale potremmo chiederci come mai la modalità di lavoro praticata nel mondo Linux sia così insolita. Questa domanda ripropone in versione moderna l’antica preoccupazione di Platone; i programmatori di Linux si scontrano indubbiamente con temi che sono fondamentali per il lavoro, come la collaborazione, il legame necessario tra risoluzione e individuazione dei problemi e la natura impersonale dei parametri di qualità, eppure la loro comunità appare molto particolare, se non marginale. Evidentemente ci deve essere un insieme di forze sociali che respinge ai margini questi temi fondamentali.

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