Il paese dei Mezarat

Il paese dei Mezarat

Il paese dei Mezarat

I miei primi sette anni (e qualcuno in più)
Dario Fo
Cura: Franca Rame
Collana: I Narratori – Feltrinelli Editore
Pagine: 208 – Prezzo: Euro 14,0
In libreria dal 11 ottobre 2002

Il libro
Dario Fo racconta, con ironia e umorismo, i luoghi, gli eventi e i personaggi leggendari che hanno segnato la sua educazione artistica e civile. Pittore-narratore dal tratto veloce e incisivo, Fo schizza, colora, affresca. Un memorabile autoritratto. Il “romanzo” di una vita. Una storia italiana.

Approfondimento
“Tutto dipende da dove sei nato, diceva un grande saggio. E, per quanto mi riguarda forse il saggio ci ha proprio azzeccato” dice Dario Fo, e infatti, di quella grande avventura umana, artistica e politica che è stata la sua vita leggiamo solo una parte, la prima: l’infanzia e la giovinezza, a sostegno della convinzione di Bettelheim, ampiamente condivisa dall’autore, secondo la quale i primi sette anni sono decisivi per la formazione di un uomo. Fo prende le mosse dai luoghi natii – la riva lombarda del lago Maggiore – e si avventura nel turbine della memoria restituendoci le imprese del padre ferroviere, Felice Fo, i tetti di cioccolata di una Svizzera immaginaria, le visite estive in Lomellina al nonno Bristìn, ortolano contastorie, la scoperta dell’arte – del tratto e del colore – che incrocia quella dei fabulatori della Valtravaglia – il paese dei mezaràt – e delle loro storie beffarde e pungenti -, il mito degli Argonauti reinterpretato dal bizzarro professor Civolla. Fo indugia su episodi di volta in volta teneri e drammatici: la prima pudica storia d’amore con una ragazza salvata dalle acque del lago in tempesta, la torrida passione della bella Nofret, legata al capo della malavita, per un giovane squinternato, le sfide tra i piccoli balordi della valle e il figlio del ferroviere, capace di arrivare con intelligenza e furbizia là dove il suo fisico sembra non potere.

La storia continua con l’apprendistato all’Accademia di Brera di Milano, gli stratagemmi per campare, la guerra, i bombardamenti, il reclutamento forzato e, per finire, con un salto temporale in avanti, i funerali di Pa’ Fo, figura centrale di questo straordinario “romanzo di formazione”, di questa mitica evocazione di storie, nomi, personaggi leggendari in cui fluiscono, come un fiume in piena, le ragioni del cuore, le illuminazioni della memoria, le emozioni della coscienza civile.

Dal libro
Prologo
Quella che vi propongo non è la storia della mia vita d’attore, autore e capocomico, ma piuttosto un frammento della mia infanzia. Anzi è solo l’inizio: il prologo della mia avventura a partire dal tempo in cui mai mi sarebbe passato per il cervello che quello del teatrante sarebbe diventato il mio mestiere definitivo.
Ricordo che Bruno Bettelheim, autore di una rivoluzionaria teoria sulla formazione caratteriale e intellettiva degli individui, diceva: “Di un uomo basta che mi diate i primi sette anni della sua vita, lì c’è tutto, il resto tenetevelo pure”.

Io ho voluto esagerare: ve ne offro dieci, più qualche puntata verso la maturità… credetemi, è già fin troppo!
La scoperta che Dio è anche un capo supremo delle Ffss Tutto dipende da dove sei nato, diceva un grande saggio. E, per quanto mi riguarda, forse il saggio ci ha proprio azzeccato.
Tanto per cominciare devo dire grazie a mia madre, che ha scelto di partorirmi a San Giano, quasi a ridosso del Lago Maggiore. Strana metamorfosi di un nome: Giano bifronte, antico dio romano, che si trasforma in un santo cristiano completamente inventato, per di più presunto protettore dei fabulatores-comicos. In verità non fu mia madre a scegliere, ma le Ferrovie dello stato, che decisero di spedire mio padre a prestare servizio in quella stazione. Sì, mio padre era un capostazione, seppure avventizio. La fermata di San Giano era così poco importante che spesso i macchinisti la sorpassavano senza manco accorgersene. Tanto che, un giorno, un viaggiatore, stanco di ritrovarsi scaricato alla fermata seguente, tirò la maniglia dell’allarme. Il treno si ingrippò dopo una lunga frenata, arrestandosi nel bel mezzo di una galleria. Un “merci” che lo seguiva franò addosso al treno bloccato. Non ci furono morti, per miracolo. Solo un ferito grave, il passeggero che aveva tirato l’allarme: il disgraziato era stato picchiato da tutti gli altri viaggiatori, compresa una suora.

Ma con l’arrivo di mio padre le cose alla stazione di San Giano cambiarono all’istante. Felice Fo era uno che destava rispetto e soggezione. Quando si piazzava con il suo cappello rosso calcato fino agli occhi, ritto sulla rotaia, brandendo la bandiera da segnale, rossa anche quella, i treni si fermavano tutti. Tutti gli accelerati, s’intende, e anche gli omnibus, che poi in totale erano quattro.
Io venni al mondo fra un omnibus e un “merci”, in quella fermata sussidiaria a quattro passi dal lago (Antelacus, è scritto su un reperto romano). Erano le sette del mattino quando mi decisi a far capolino fra le gambe di mia madre. La donna che fungeva da levatrice mi tirò fuori e mi sollevò come fossi un pollo, per i piedi. Poi velocissima, mi assestò una gran pacca sulle natiche… urlai come un segnale d’allarme. In quell’istante transitava l’omnibus delle sei e mezzo… che arrivava naturalmente in ritardo. Mia madre ha sempre giurato che il mio primo vagito aveva superato di gran lunga il fischio della locomotiva.

Dunque io vidi la luce a San Giano per decisione unica delle Ferrovie dello stato, ma lì son nato solo per l’anagrafe.
In verità, per quanto mi riguarda sono venuto al mondo e ho preso coscienza trenta-quaranta chilometri un po’ più in su, lungo la costa del lago, a Pino Tronzano, e qualche anno dopo a Porto Valtravaglia, sulla sponda magra del Lago Maggiore. Entrambi sono stati i miei “paesi delle meraviglie”. I luoghi che mi hanno scatenato le fantasie più pazze e hanno determinato ogni mia scelta futura. I vari traslochi venivano sempre decisi dalla direzione delle Ffss, compartimento di Milano.
Milano! Ricordo che la prima volta che ci sono andato è stato con mio padre… (…)



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