Immagine Counseling psicologico

risponde il dr. Vincenzo Masini

Diventa una spugna

Tra le principali sette modalità comunicative di educazione (il rimprovero, l'incoraggiamento, l'insegnamento, il coinvolgimento emotivo, il coinvolgimento emotivo, il sostegno e la gratificazione) in questo articolo si tratta della tranquillizzazione.

L'azione educativa di tranquillizzare svolge la funzione di spegnere le tensioni che impediscono decisioni lucide ed obiettive. Ha bisogno di tranquillizzazione sia il soggetto in preda all'ansia che quello agitato per paura, rabbia o generico nervosismo legato alla difficoltà di produrre prestazioni efficaci. Chi intende tranquillizzare deve riuscire ad essere una spugna senza restituire alcun segnale all'altro se non di comprensione e di apertura al fine di far proseguire più a lungo possibile il dialogo, senza modificarne il tono ed il ritmo. A tal fine deve fare assoluta calma dentro di sé e non deviare dal percorso comunicativo scelto dall'altro, non deve contraddire l'interlocutore, pur smorzandone i toni, e non deve cadere nelle inevitabili provocazioni che l'altro può rivolgergli.
Chi riesce efficacemente in una comunicazione tranquillizzante è un soggetto forte e calmo che non si accende e non si eccita ma si esprime trasmettendo pace. Destinatari di tal comunicazione sono gli ansiosi (per spegnere la loro ansia) e gli aggressivi (per calmare la loro tensione aggressiva).
La confusione ricorrente tra tranquillizzazione e sostegno impedisce la comprensione dei due processi comunicativi; la tranquillizzazione spegne, il sostegno orienta e guida verso le azioni corrette. La confusione non è solo nominale ma di sostanza giacché l'orientamento per un soggetto aggressivo o per un soggetto ansioso può produrre nuova tensione e disporlo all'azione anzitempo.
È possibile smuovere dall'ansia (anche quando si è già trasformata in panico) verso l'attaccamento attraverso qualche evento capace di tranquillizzarlo. L'ansioso può essere liberato (temporaneamente) dal suo estenuante bisogno di sicurezza, agito attraverso l'esercizio di organizzazione della realtà entro i rituali della sua consuetudine, spingendolo verso l'esperienza dell'attaccamento. Nei confronti di un bambino ansioso e spaventato può essere utile far esprimere dall'ambiente un segnale di sottomissione e di bisogno di cura. Un bimbo, che si difende dalla paura di un buio improvviso, può essere spinto all'attaccamento invitandolo a cercare di prendere in mano un suo orsacchiotto, illuminato da una pila o un accendino. Tale immagine è una presenza di tranquillizzazione e può stabilizzarlo attraverso il sentimento di tenerezza che sperimenta per l'orsacchiotto tutto solo. Ugualmente è possibile distogliere dalla paura e dall'ansia un adulto invitandolo ad interessarsi amorevolmente di qualcosa che ha bisogno delle sue attenzioni. La tranquillità dell'educatore orienta verso l'interesse di attaccamento ad oggetti, cose o ambienti che, se non presi in dovuta considerazione, potrebbero soffrirne o deteriorarsi.
La tensione rabbiosa ed aggressiva può essere tranquillizzata invitando ad osservare qualche sorpresa interveniente nell'ambiente. L'energia e la carica dell'aggressività coinvolgono le persone in una pienezza da cui non è facile uscire: la tensione si autoalimenta attraverso il ruminamento ed essi trovano sempre un motivo valido per continuare ad essere carichi e non spegnersi. Nell'intervento di modificazione emozionale non si tratta di insegnare a spegnersi (questo è un obiettivo educativo di lunga durata) ma di agire situazionalmente sulla situazione di emergenza. Attraverso la presa in considerazione di stimoli ambientali, mediante la percezione della sorpresa, è possibile distogliere dal ruminamento interno e, con una comunicazione lenta e sicura, riuscire a tranquillizzare. La modalità comunicativa di chi tranquillizza deve assolutamente rispondere a due caratteristiche: estremamente lenta con grande attenzione a "staccare" le parole pronunciate l'una dall'altra con una pausa forzata nella frase ed estremamente concentrata verso l'altro affinché "senta" di essere l'oggetto della comunicazione.
Il bimbo che sta distruggendo un giocattolo che non riesce ad aprire o che sta frantumando a morsi le tettarelle di un biberon, può essere distolto attraverso l'emozione della sorpresa facendo comparire dinanzi ai suoi occhi un oggetto inusuale e sconosciuto. Lo spostamento verso la sorpresa è possibile mostrando con tranquillità la sorpresa medesima, affinché sia lui in prima persona ad attribuirle significato ed importanza.
Allo stesso modo, ma con un'attenzione ed una prudenza infinitamente superiore, può essere distratto dalla rabbia un adulto, spostando la sua attenzione su una notizia del telegiornale o facendogli pacatamente notare una situazione di interesse per catturare la sua attenzione.
La tranquillizzazione può miscelarsi con il sostegno solo laddove la persona che la riceva sia un soggetto che ha bisogno di conferme, e non solo a parole. Se, a livello empatico, sa di essere profondamente compreso, può trovare una spazio per fermare i suoi conflitti interni tra l'attività ed il controllo della sua vita mentale. Una comunicazione tranquillizzante diventa allora anche coinvolgente. Ciò può indurre l'altro a "non agire", specie se la comunicazione contiene un richiamo ed una responsabilizzazione. "Fare calma" dentro di sé è comunque il motto obbligatorio per chiunque voglia tranquillizzare, altrimenti il suo dire ed il suo agire sarà inefficace.


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