La storia dell’arte, della letteratura e della musica sono ricche di esempi di capolavori realizzati da figure angosciate, affette da depressione, preda della malinconia o della tristezza. Per fare solo qualche esempio, Edvard Munch: tormentato da un’infanzia triste, segnata dalla perdita precoce della madre e della sorella, la cui opera più nota, “L’urlo”, esprime tutta la sua disperazione e la sua angoscia. Ma anche Frida Kahlo (nella foto) che, come racconta lei stessa, inizia a dipingere per dimenticare i suoi problemi di salute, iniziati quando aveva appena sei anni e fu colpita da polmonite. E anche tra i grandi musicisti soffrivano di depressione, tra gli altri, Beethoven, Mozart, Rossini, Berlioz, Paganini, Ciajkovskij, Shostakovich…

Insomma, sembrerebbe che la felicità non costituisca una fonte di ispirazione e di creatività e che lo sia invece la sua assenza o, meglio, il suo contrario. Una realtà con basi scientifiche o uno stilema romantico? “Secondo molti autorevoli esponenti della psicoanalisi – Sigmund Freud e Carl Gustav Jung in primis – il legame tra creatività e dolore è dovuto all’instabilità emotiva, che costituisce un tratto di personalità caratteristico dei nevrotici. Il nevroticismo fungerebbe da substrato per un’instabilità motoria e ideativa che spingerebbe la persona a trovare strategie per superare i momenti di angoscia attraverso attività come dipingere, scrivere o suonare”, spiega Antonio Cerasa, neuroscienziato dell’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica (Irib) del Cnr. “Quindi, maggiori sono i tratti di nevroticismo (ansia, depressione, vulnerabilità allo stress) maggiore sarà la propensione a compiere atti in grado di mitigare le emozioni negative. Al contrario, quando il corpo è investito da emozioni positive, l’essere umano tende ad amplificare il piacere stando insieme agli altri, evitando l’isolamento e cercando di condividere il piacere per prolungarlo”.

A dare impulso alla determinazione del legame tra infelicità e creatività è però stata la ricerca in ambito neuro-scientifico. “Contrariamente a quello che si pensa, il dolore – nella sua accezione più globale – produce plasticità neurale, mentre la felicità si associa con la sensazione di piacere, che nasce dall’attivazione del circuito del reward, ossia della ricompensa, che ci spinge a ripetere i comportamenti piacevoli, innescando nelle forme patologiche il meccanismo della dipendenza”, prosegue il ricercatore del Cnr-Irib. “Il dolore ha invece un effetto biologico più complesso, che stimola la neurogenesi anche in età adulta e si manifesta come nuovo apprendimento. Il dolore, per il nostro cervello, altro non è che un segnale di pericolo del quale fare tesoro per stabilire se un evento sia o meno da evitare. Questo si traduce in una nuova memoria (nocicettiva) che si innesta a livello dell’ippocampo e rimane con noi per il resto della vita. Dall’ippocampo la nuova memoria si dirama, creando una rete di legami con altre popolazioni neurali che servono a rendere il ricordo sempre più complesso, associandolo a una miriade di sensazioni e/o di simboli verbali e non. La complessità dell’arborizzazione dendritica su cui si basa il ricordo nocivo, cioè delle ramificazioni dei prolungamenti delle cellule nervose, è direttamente proporzionale all’intensità delle emozioni: maggiore sarà la rete neurale creata e minore sarà l’impatto negativo del ricordo. È probabilmente per questo che il dolore si associa spesso con la creatività: scrivere, dipingere, suonare rappresentano la manifestazione di nuove abilità che servono a rendere meno nocivo il peso del ricordo”.
Fonte: Almanacco della Scienza – CNR
Per saperne di più: Almanacco della Scienza

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