Il dominio maschile

Il dominio maschile

Il dominio maschile

Pierre Bourdieu
Traduzione: Alessandro Serra
Collana: Universale Economica Saggi – Feltrinelli Editore
Pagine: 160 Prezzo: Euro 8

Il saggio a partirte da uno studio antropologico sulla società cabila. L’autore smonta i meccanismi del potere maschile dove i dominanti si trasmettono i loro privilegi per generazioni.

Il libro
L’ordine delle cose non è un ordine naturale contro il quale non si possa far nulla. È piuttosto una costruzione mentale, una visione del mondo con la quale l’uomo appaga la sua sete di dominio. Una visione talmente esclusiva che le stesse donne, che ne sono le vittime, l’hanno integrata nel proprio modo di pensare e nell’accettazione inconscia di inferiorità. Solo l’antropologo può restituire al principio di visione e divisione che fonda la differenza tra maschile e femminile il suo carattere arbitrario, contingente, ma anche, contemporaneamente, la sua necessità socio-logica. Bourdieu prende spunto dalle strutture androcentriche dei cabili in Algeria per dimostrare la continuità della visione fallocratica del mondo nell’inconscio di uomini e donne.

Degli uomini, senza dubbio, e delle donne che, secondo il sociologo francese, partecipano passivamente al dominio maschile. La ricerca della femminilità è infatti, da parte delle donne, come un riconoscimento del proprio stato di sottomissione, che avvalora la visione androcentrica. Che sguardo rivolgono le donne ai loro dominatori o presunti tali? Per meglio accostarsi alla sensibilità femminile, Bourdieu riprende alcuni brani di Al faro di Virginia Woolf, quando la signora Ramsay osserva in silenzio suo marito – un uomo che non sopporta di essere contraddetto – e lo giudica con un’ironia dolce-amara, con compassione e condiscendenza per i suoi giochi di potere. Per concludere che: “L’uomo è un bambino che gioca a fare l’uomo”.

Ne risulta una denuncia, tanto più efficace politicamente in quanto scientificamente fondata, dei molti paradossi che il rapporto tra i generi – quale oggi è vissuto e pensato – finisce per alimentare, oltre a un invito, non privo di risvolti polemici, a riconsiderare, accanto all’unità domestica, l’azione di quelle istanze superiori – la chiesa, la scuola, lo stato – responsabili del perpetuarsi di rapporti di forza squilibrati tra i sessi e in ultima analisi del dominio maschile.
Pierre Bourdieu (1930) è uno dei maggiori sociologi contemporanei. Tra i suoi testi Feltrinelli ha pubblicato Sulla televisione (1997) e Meditazioni pascaliane (1998).

Il Preambolo (estratto)
Non avrei probabilmente affrontato un argomento tanto difficile se tutta la logica della mia ricerca non mi avesse spinto a farlo. In effetti, non è mai venuto meno in me lo stupore di fronte a quello che si potrebbe chiamare il paradosso della doxa, il fatto cioè che l’ordine del mondo così com’è, con i suoi sensi unici o vietati, in senso proprio e figurato, i suoi obblighi e le sue sanzioni, venga più o meno rispettato, che non vi siano più trasgressioni o sovversioni, delitti e «follie» (basti pensare allo straordinario accordo di migliaia di disposizioni – o di volontà – presupposto da cinque minuti di traffico automobilistico in Place de la Bastille o de la Concorde); o, cosa ancora più sorprendente, il fatto che l’ordine stabilito, con i suoi rapporti di dominio, i suoi diritti e i suoi abusi, i suoi privilegi e le sue ingiustizie, si perpetui in fondo abbastanza facilmente, se si escludono alcuni accidenti storici, e che le condizioni d’esistenza più intollerabili possano tanto spesso apparire accettabili e persino naturali.

E ho sempre visto nel dominio maschile, nel modo in cui viene imposto e subìto, l’esempio per eccellenza di questa sottomissione paradossale, effetto di quella che chiamo la violenza simbolica, violenza dolce, insensibile, invisibile per le stesse vittime, che si esercita essenzialmente attraverso le vie puramente simboliche della comunicazione e della conoscenza o, più precisamente, della mis-conoscenza, del riconoscimento e della riconoscenza o, al limite, del sentimento. Questo rapporto sociale straordinariamente ordinario offre così un’occasione privilegiata per cogliere la logica del dominio esercitato in nome di un principio simbolico conosciuto e riconosciuto dal dominante come dal dominato – una lingua (o una pronuncia), uno stile di vita (o un modo di pensare, di parlare e agire) e, più generalmente, una proprietà distintiva, emblema o stimmate, che raggiunge il massimo di efficienza simbolica in quella proprietà corporea perfettamente arbitraria e non predittiva che è il colore della pelle.

Chiaramente, in questi ambiti si tratta innanzitutto di restituire alla doxa il suo carattere paradossale, smontando contemporaneamente i processi responsabili della trasformazione della storia in natura, dell’arbitrio culturale in qualcosa di naturale. E, a tal fine, di riuscire ad assumere, sul nostro stesso universo e sulla nostra visione del mondo, il punto di vista dell’antropologo capace insieme di rendere al principio della differenza tra il maschile e il femminile così come la (mis)conosciamo il suo carattere arbitrario, contingente, e con ciò, simultaneamente, la sua necessità socio-logica…

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