Il bambino non è un elettrodomestico

Il bambino non è un elettrodomestico

Il bambino non è un elettrodomestico

Non c’è un manuale per la corretta educazione di un figlio. Non si può “impostare il programma” come si fa con un elettrodomestico e lasciarlo alla sua crescita naturale. Un bambino va seguito giorno per giorno, con attenzione continua e disponibilità al cambiamento. Siamo però una società che ignora e trascura gli affetti…

Il libro
Non c’è un manuale per la corretta educazione di un figlio. Non si può “impostare il programma” come si fa con un elettrodomestico e lasciarlo alla sua crescita naturale. Un bambino va seguito giorno per giorno, con attenzione continua e disponibilità al cambiamento. Siamo però una società che ignora e trascura gli affetti. A partire da queste constatazioni l’autrice, in una narrazione ironica e aneddotica ma insieme di grande rigore intellettuale, descrive le tappe della maturazione affettiva dell’individuo e propone una riflessione sull’origine di una disattenzione filosofica e scientifica che può avere conseguenze gravi per il futuro della nostra società. La risposta ai bisogni affettivi di base è infatti una condizione biologica ineludibile per la sopravvivenza della specie: l’averlo trascurato si riflette non solo nella sofferenza psichica dilagante ma anche nelle difficoltà che sempre di più accompagnano la maternità. La psicologia, attenta alla qualità affettiva dell’ambiente in cui nasce e cresce il bambino, può collaborare in modo diverso e originale ad assistere genitori, operatori sanitari, insegnanti non solo e non tanto per curare, ma soprattutto per diffondere l’affettività negata come valore da spendere per salvare e cambiare il mondo.

da Capitolo 1 L’esperienza in maternità
(estratto)
Mischiata fra le donne incinte, anonima osservatrice nel pubblico delle gravide, mi resi conto che nei corsi di preparazione al parto si dava una quantità di informazioni sulla nascita, sul puerperio, si insegnavano tecniche di respirazione e di rilassamento, si insisteva sull’importanza dell’allattamento, ma senza che tutto ciò fosse in qualche modo giustificato, supportato dalla trasmissione di una conoscenza del carattere affettivo della vita umana, intrinsecamente connesso alla corporeità. Mi accorgevo cioè, con stupore, che non veniva fatto alcun accenno alla straordinaria trasformazione fisica ed emotiva che subisce ognuno di noi, bambino, nel nostro lento formarci attraverso il cammino faticoso e graduale che ci porta dalla simbiosi alla separazione e alla difficile conquista dell’autonomia. Mi sembrava, insomma, che venissero suggerite norme igieniche o indicazioni di comportamento non sufficientemente sostenute o giustificate da una comprensione filosofica o psicologica della natura umana. Ciò si traduceva in una indicazione necessariamente superficiale, fragile, facilmente sviabile da qualunque pseudoinformazione o moda che, come sempre più capita nella nostra cultura, si propaga attraverso i più diversi e discutibili mezzi di informazione. Ne risultava il diffondersi di un’enorme ansietà nel pubblico delle gravide, sinceramente desiderose di avvicinarsi alla maternità in maniera adeguata, genuinamente interessate ad apprendere un agire il più utile possibile al loro bambino, ma mitragliate da informazioni antitetiche, non sufficientemente dipanate nella loro contraddittorietà, che creavano un facile disorientamento.
Per me che venivo dalla psichiatria, abituata attraverso la pratica psicoterapica ad agire quotidianamente per ripristinare con fatica equilibri emotivi sconvolti, pratiche educative errate, sembrava sconvolgente constatare che nel luogo della nascita non venisse trasmessa alcuna seria indicazione su un corretto comportamento educativo, capace di rispettare, comprendere, agevolare la crescita del bambino a salvaguardia non solo della sua sanità fisica ma anche della sua salute mentale.
Scoprii così che nei corsi di preparazione al parto non veniva passata alcuna informazione orientata a rendere consapevoli le future madri, e i padri, del lento percorso di graduale emancipazione dalla dipendenza che una creatura umana deve poter effettuare per conquistare, grazie alla presenza e al supporto di codici genitoriali qualitativamente adeguati, la difficile meta dell’autonomia affettiva e dell’indipendenza materiale.
Ne parlai dunque con i miei colleghi medici, ma rimasi ancor più stupita nel constatare che nemmeno loro sembravano comprendere ciò che intendevo. Io davo per scontata una conoscenza minima dell’affettività, non pretendevo una vera e propria informazione sulle scoperte della psicologia evolutiva: almeno quel buon senso intuitivo, quella declinazione istintiva degli affetti che percorre inevitabilmente lo stesso rapporto medico-paziente. Perché, banalmente, anche nel rapporto medico-paziente c’è un “piccolo” e un “grande”: chi ha bisogno e si affida e chi gestisce questa fiducia e provvede.
Mi stupivo perché non essere consapevoli di questo fatto non soltanto crea disastri di comunicazione, tali e quali ai disastri di educazione tra genitori e figli, ma impedisce di trarre vantaggio da una modalità di relazione capace di considerare e gestire attese, ansietà, domande, dubbi del paziente. Se il medico resta distante e la comunicazione asettica, l’emotività che percorre il rapporto non viene raccolta e interpretata ma respinta, con la conseguenza che una tensione emotiva trascurata va a interferire negativamente sul buon esito stesso della cura. Perché mai allora i miei colleghi non sembravano cogliere l’importanza di tutto questo? Sapevano di avere a che fare con delle “persone” malate? Avevano un adeguato concetto di “persona” per potersene occupare? Scoprivo così che oggi la medicina si occupa delle malattie, non dei pazienti malati. “Primipara attempata” incominciava a configurarsi come il segnale di una mentalità frutto di una evoluzione storica del sapere, non solo medico, che aveva trasformato me persona, come tanti altri, in una configurazione sintomatica su cui praticare un protocollo di interventi.
Meno distante, più coinvolto anche se a volte in maniera non del tutto appropriata, era l’atteggiamento del personale ostetrico e infermieristico. Il rapporto stesso con il paziente, più continuativo e ravvicinato, meno mediato da ausili tecnologici, più sfumato nella definizione dei ruoli, più disponibile alla confidenza, più spontaneo, permetteva una considerazione diversa delle percezioni del paziente, delle sue aspettative, ansie, dubbi, paure.
I medici invece mi sembravano genitori inconsapevoli, racchiusi e difesi dai loro camici, con gli stetoscopi pendenti al collo, incuranti o disturbati dalla trepida attesa dei pazienti, fragili umani al cospetto di divinità scostanti e indecifrabili. Dovevo scoprire invece che l’atteggiamento asettico era considerato dalle scuole mediche un requisito fondamentale del rapporto medico-paziente, teso a controllare e contenere una pericolosa, ascientifica emotività, inaccettabile e disturbante. […]

Gli affetti che contano per crescere, curare, educare
Giuliana Mieli
Collana: Universale Economica Saggi
Pagine: 272 Prezzo: Euro 8,50

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