Formazione: non si può spendere meno

Non possiamo spendere meno per la formazione. Dobbiamo rendere la spesa più produttiva sul piano sociale e economico.

"La scuola non può ridursi a un comparto di spesa pubblica da incrementare, né solamente a uno sbocco professionale per laureati in discipline in via di marginalizzazione" è quanto ha affermato il direttore del Censis Giuseppe Roma introducendo il XIX Seminario di Formazione europea promosso da CIOFS/FP nei giorni scorsi a Palermo sul tema delle competenze europee. "Sulle politiche per il capitale umano e per la ricerca grava una forte impronta economicista" - ha continuato Roma - "approccio che rischia di far perdere di vista i veri nodi critici proposti dal confronto con gli altri grandi paesi europei".
E' vero che la spesa pubblica per l'istruzione si è ridotta in Italia attestandosi al 4,6% del Pil (dati 2004), ma coincide con quella della Germania 4,6% del Pil, è superiore alla Spagna (4,3%) mentre è piuttosto distante da Regno Unito (5,3%) e Francia (5,8%). La vera differenza che penalizza l'Italia rispetto ai paesi europei riguarda i risultati di quegli investimenti visto che la Germania, con la stessa quota di Pil investita da noi nell'istruzione, ha impiegato nello studio il 65% dei giovani fra 15 e 24 anni, mentre in Italia sono il 55%. "La scuola e l'istruzione sono stati meccanismi di promozione sociale - ha proseguito il direttore del Censis - "coniugando conoscenze, competenze e opportunità di lavoro. Questa catena si è interrotta tanto che solo una minoranza di italiani, pari al 46% pensa che ottenere una buona istruzione sia la vera chance per la propria vita , a fronte di una media europea del 62%, al 77% dei britannici, all'81% dei tedeschi".
Secondo l'elaborazione effettuata dal Censis sui dati dell'European social survey del 2007 (tab. 1), per affermarsi nella vita il 32% degli italiani pensa sia "importante conoscere le persone giuste", contro una media europea del 26% (scende al 20% fra i francesi e al 18% fra gli spagnoli); ma ancor peggio il 18% in Italia ritiene indispensabile "provenire da una famiglia benestante", il doppio della media europea e della Spagna, più di tre volte dei francesi (5%) e dei britannici (4%). La mancanza di stimoli a migliorare la condizione sociale di partenza, potente meccanismo sociale, in passato, alla base dell'interesse collettivo verso la scuola, porta gli italiani a non tenere in considerazione persino l'intelligenza personale, valutata importante solo per 7 italiani su 100, contro una media europea del 17%, e un valore del 26% per i francesi.
Secondo Giuseppe Roma "Bisogna ricostruire il rapporto fra conoscenze erogate dai sistemi formativi e competenze utili al percorso lavorativo, ma anche per la crescita personale e civile dei giovani. Lavoro e innalzamento culturale non sono obiettivi in contraddizione, ma vanno integrati" E' necessario superare i luoghi comuni. E' giusto pensare, secondo quanto suggerito dalle politiche europee, a una formazione permanente, tuttavia la formalizzazione del long life learning non ha sfondato in Italia, ma neanche in altri grandi sistemi formativi dove peraltro sono presenti grandi aziende. Al 2006, il 6,1% di italiani fra 25 e 64 anni partecipano ad attività formative, meno di Germania e Francia tuttavia attestati sul 7,5% della popolazione; meglio Spagna (10,4%) e Gran Bretagna (26,6%). Quello della formazione resta evidentemente un'attività da finalizzare a obiettivi concreti di rimessa in circolo di particolari figure in difficoltà nel mercato del lavoro (donne, lavoratori anziani, ecc.). "Troppo enfatica e stanca appare una strategia di formazione permanente, rispetto a meccanismi di apprendimento meno formalizzati e diretti. In Italia - ha concluso il direttore del Censis - nonostante tutto, il 40,1% degli occupati in lavori non manuali ha un’elevata professionalità, in sintonia con la media europea, più che in Francia e Spagna".

Per saperne di più: il sito del Censis



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