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La posta



Risponde la d.ssa Annarosa Pacini
pedagogista, grafologa, giornalista

Ha due anni e si comporta come un bambino - Pedagogia e relazioni

Immagine - Ha due anni e si comporta come un bambino - Pedagogia e relazioni “Da quando mio figlio ha compiuto 2 anni è scattata una molla in lui che lo spinge ad avere un comportamento critico e di rifiuto non solo nel caso di azioni di routine (lavarsi le mani, essere cambiato…) ma anche nelle situazioni di gioco che gli propongo io come madre. In poche parole il bambino preferisce lamentarsi, anzi peggio ‘lagnarsi’, piuttosto che cimentarsi nell’attività proposta.
All’asilo nido mi dicono che è un bambino solare che sorride sempre, invece a casa è noioso, tende a volersi isolare nel suo ambiente, spesso non vuole ospiti che lo vengono a trovare (specialmente se si tratta dei nonni dai quali va le poche volte che ho da fare qualcosa nel pomeriggio) e soprattutto non ha voglia di fare niente.
Io purtroppo non sono molto paziente e tendenzialmente mi arrabbio e lo sgrido, a volte quando mi rendo conto che proprio lo fa apposta lo metto in punizione su un divano in camera a riflettere. Poi quando ha smesso di essere noioso lo vado a riprendere, cominciamo a fare una cosa (una qualsiasi anche di quelle che gli piacciono) e subito sembra che trovi qualsiasi pretesto per ricominciare da capo la trafila della lamentela. Anche con gli altri (suo padre, i nonni) non ha l’atteggiamento che ha con me.
Eppure mi sembra di averlo sempre stimolato e seguito da quando è nato, in prima persona, anche cercando di metterci fantasia e spirito di iniziativa! Sia nei giochi che soprattutto nelle regole educative, senza imporre ma cercando anche di spiegare, di far comprendere il perché. Il risultato è che lui ora sa perfettamente cosa dovrebbe fare e come e proprio per questo si comporta in maniera irritante, come se negasse tutto quello che gli ho insegnato finora.
Sono in una fase in cui mi verrebbe da dire: vabbè sai che c’è? Fai un po’ come ti pare! Vuoi vedere tutto il pomeriggio i cartoni animati? Non ti vuoi lavare le mani? Non vuoi cambiarti il pannolino? Allora stai lì e come si suol dire ‘cuoci nel tuo brodo’! Sono stufa che se ne approfitti così solo di me!!
Avete qualche consiglio da darmi, anche dei testi che posso leggere per confrontare la mia esperienza. Soprattutto perché ho la tendenza a sgridarlo e ad alzare la voce e invece mi sembra che serva solo a far arrabbiare ancora di più me e a creare una situazione di nervosismo generale”.


Carissima, nella tua e-mail ho sottolineato alcuni passaggi che, da soli, possono fornirti ottime indicazioni per capire meglio la situazione.
Tu hai la tendenza ad arrabbiarti ed alzare la voce, non sei paziente. Pensi che un bambino di DUE ANNI soltanto perché gli hai spiegato PERFETTAMENTE cosa si dovrebbe fare e come sia in grado di farlo, quindi quando non lo fa è IRRITANTE. A questo si aggiunge che a casa è NOIOSO. Scrivi ancora che HA QUESTO COMPORTAMENTO SOLTANTO CON TE e con nessun altro. Che sei stufa che SI APPROFITTI DI TE. Infine, scrivi che hai la tendenza a sgridarlo ma ti sembra che questo serva a FAR ARRABBIARE ANCORA DI PIU’ TE.

Cosa dirti? Un bambino di due anni è un bambino di due anni. Ha diritto ad essere un bambino di due anni. Non è un adulto, non ragiona come un adulto, non deve ragionare come un adulto.

Dato che in tutti gli altri contesti, dall’asilo nido al rapporto con il padre e i nonni, si comporta in un modo diverso, parrebbe ragionevole presupporre che il suo comportamento dipenda da te.

Perdere la pazienza, alzare la voce, sgridare, mandare un bambino di due anni in punizione su un divano a riflettere non è un metodo educativo stimolante. E’ frustrante per il bambino quanto per l’adulto.
Può produrre molti sentimenti ed effetti negativi nel bambino, dal timore alla paura alla sfida al rifiuto o, viceversa, all’accettazione passiva e a un adeguamento sofferto che corrono il rischio, nel tempo, di lasciare un segno nella sua vita di relazionale.
E’ importante quindi riflettere sull’idea che hai di te come donna, prima ancora che come madre. Sull’idea che hai di “figlio”. Sulle tue paure e le tue aspettative, su come questo si rifletta nel tuo modo di essere e di agire nei suoi confronti.

Quindi, imparare a gestire la tua pazienza, il tuo tono della voce, i tuoi modi. Non in quanto tecnica o strumento, ma come espressione di ciò che sei e che provi. Quindi, richiede un cambiamento interiore autentico rispetto al modo in cui ti poni di fronte a tuo figlio.
Tutto il resto verrà da sé.

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