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La posta

Una madre sensibile ed attenta, un padre impegnato, dei nonni all’antica. Le attese e i comportamenti degli adulti condizionano ciò che i bambini sono e ciò che possono essere. Per questo, è bene imparare ad osservare anche ciò che non siamo abituati a vedere.

Risponde Annarosa Pacini

Educare i figli: dalla comprensione di sé alla comprensione degli altri

Immagine “Salve! Già da tempo avevo l'idea di mettermi sul computer e cercare un po' sull'Internet consiglio riguardo all'educazione dei figli. Devo dire che l'educazione è una materia che mi attrae molto, essendo un capo scout già da più di dieci anni e avendo adesso due bambini, uno di tre anni e mezzo e la seconda di un anno. (…) Comunque ho letto una lettera di due genitori e volevo descrivere un po' la mia situazione, che mi sembrava simile, dato che il mio primo figlio, maschio, è anche lui un bambino prudente (non pauroso). La secondogenita sembra seguire i suoi passi, anche se mostra un po' più di coraggio. Devo anche aggiungere che io stessa con mio figlio sono anche molto soddisfatta, insieme anche alla piccola abbiamo trovato un equilibrio bello di vivere le nostre giornate insieme. Mio marito è purtroppo molto assente ed è perciò che mi occupo io principalmente di loro. Comunque grandi lotte tra di noi non ci sono, grandi capricci neanche, non devo litigare per farli mangiare, per farli andare a dormire, per riordinare la camera ecc. Aggiungo anche che ho una filosofia di educazione non violenta, cioè non ho mai picchiato i miei figli, al massimo qualche volta li sgrido. Ecco, l'unico punto, sul quale vorrei qualche consiglio, è su come aiutare mio figlio ad avere meno paura delle persone. Che mio figlio sia una persona prudente, lo prova il fatto che ha cominciato a camminare a 19 mesi e fino all'età di tre anni non ha mai avuto una botta, perché aveva sempre paura di farsi male e non si esponeva troppo ai pericoli. Anche se sullo scivolo comunque andava o sull'altalena anche. Cioè il problema non sono gli ostacoli (camminiamo anche tanto per i boschi e per le pietre e si butta tranquillamente, non ha grandi paure di cadere). Il problema sono proprio le persone, cioè quando si ritrova in un ambiente con molte persone, soprattutto adulte. (…) Tipo in asilo mi hanno detto, che se per esempio arriva l'elettricista a riparare qualcosa, lui si spaventa, corre dalla maestra e se non la trova nelle vicinanze, si mette a piangere. (…)Se ai festini ci sono più di 5 bambini, magari anche forse qualcuno un po' più grande, basta, si attacca alla mamma e non mi lascia più. In questi casi, cosa devo fare? Tenerlo con me, rassicurarlo, dargli coraggio o accompagnarlo dai bambini e lasciarlo lì perché si arrangi un po' da solo? Ho provato già entrambe le possibilità, e a volte ha funzionato di più il primo approccio, a volte il secondo. E adesso negli ultimi tempi, quando incontra altri bambini, fa finta di essere un leone e li spaventa, facendo i ruggiti dei leoni. Io gli dico che non si deve fare, ma non funziona. (…) Negli ultimi tempi si è anche molto affezionato ad una bambina della sua età, con la quale ci troviamo spesso, perché giocano (…) qualche volta questa bambina lo picchia, ma niente di tale, piccole cose. Lui o si mette a piangere o scappa via e viene da me. Adesso: io devo dirgli di rispondere e di difendersi da solo o di venire da me e dirò io alla bambina qualcosa? Forse sarebbe meglio che lui imparasse un po' a difendersi da solo. (…) .... questa era la prima domanda. Ho anche un altro problema. I miei genitori e il loro rapporto con mio figlio, soprattutto con il nonno. Mio padre è uno un po' all'antica, che esige che i nipoti lo salutino, quando arrivano a casa (il che io sono d'accordo che deve essere così, però Mirko non sempre lo è), quando vanno via che gli mostrino rispetto, che lo ubbidiscano alla parola ecc. Però poi succede, che mio padre gli dice: "prima di cena non si mangia!" E lui mangia i pistacchi.... Il bambino è così: va a giornate, ci sono giorni che lo saluta, che gli ubbidisce e ci sono giornate che fa i capricci, ma tanti. E mio padre si arrabbia, che nn è educato, che io non so educarlo ecc. Io invece gli spiego che il rispetto del bambino lo si deve guadagnare, che non arriva così. Ecco, già cn mia mamma è un po' diverso, dato che lei sa come fare, avendo un po' la logica del bastone e della carota. Comunque la mia domanda è: come spiegare a mio padre come deve comportarsi e come spiegarlo a mio figlio? Io gli dico ogni volta: va a salutare il nonno. E lui qualche volta lo fa, qualche volta invece comincia ad urlare, a strillare e corre in macchina. Comunque, un'altra cosa che mi dicono i miei genitori è che quando è da solo con loro, si comporta bene, è bravo, ubbidisce. Quando io sono presente, fa i capricci, non ubbidisce, fa i dispetti ecc., il che però non succede quando siamo da soli a casa. Insomma, come devo comportarmi in queste situazioni?”.

Carissima, ti ringrazio per la tua lunga ed interessante e-mail. Ne ho pubblicate le parti principali, perché chi ci legge possa farsi una sua idea della situazione che ci racconti. Tu chiedi, da un lato, quale possa essere il modo migliore per aiutare tuo figlio a non avere paura degli altri, dall’altro, come spiegargli che deve comportarsi seguendo le regole del nonno. Inizierei da qui. Con delle domande, piuttosto che con delle risposte. Qual è il tuo rapporto con i tuoi genitori, e con tuo padre? Quale la sua capacità di porsi nei panni dell’altro, di comprendere lo stato emozionale ed interiore della persona (il bambino, in questo caso), che si trova di fronte? Tu avevi paura di lui, da piccola? E adesso? Né mi pare rassicurante il fatto che la nonna applichi la logica “del bastone e la carota”. Logica che viene da taluni applicata anche in ambito manageriale ma che, personalmente, trovo poco rispettosa della persona che ci troviamo di fronte. Considerando che sono le reti relazionali familiari quelle che contribuiscono in modo significativo alla costruzione dei modelli comportamentali di un bambino, qui abbiamo un padre assente (di cui non conosciamo nulla, il carattere, il modo di agire, di relazionarsi); un nonno autoritario che confonde l’apparire con l’essere, tenendo più alla forma che non alla sostanza (meglio un nipotino che ti saluta a comando o un nipotino che ti saluta perché ti vuole bene e se lo sente nel cuore?). Certo, tuo padre avrà già deciso per sé, nella sua vita, cosa è più importante e cosa meno. E’ giusto che decida anche per i suoi nipoti? Spesso l’assenza di un genitore può generare timore, sfiducia negli altri o insicurezza. Come pure un comportamento autoritario e giudicatorio di una figura parentale significativa. Che fare, mi chiedi? Nel caso specifico, per dirtelo dovrei conoscere tuo figlio, la sua personalità ed il suo modo di vedere ed interagire con il mondo, il tuo e quello del padre. In generale, vi sono alcuni accorgimenti che possono essere utili: gli adulti dovrebbero dare messaggi non conflittuali, quindi condividere una linea educativa. Se non la condividono, devono parlarne ed imparare il modo di non condizionare i bambini con i propri condizionamenti. Un adulto che si arrabbia perché un bambino di tre anni a volte non lo saluta o fa i capricci, forse dovrebbe chiedersi perché. Le cose da dirgli sarebbero molte, ma credo che, prima di ogni altra cosa, dovresti chiedergli cosa pensa di te, come persona, donna e madre, se ti rispetta, se crede in te, perché ti dice che non sai educare i tuoi figli, spiegargli cosa provi, farti conoscere per ciò che sei. Vorrei concludere con alcuni esempi: un bambino all’asilo aveva paura dei suoi compagni. A casa c’era un adulto che lo criticava costantemente e lo faceva sentire inadeguato. Un’altra bambina legava solo con bambine più piccole e litigava con quelle più grandi. La madre, donna dolcissima e sensibile, era poco autorevole e finiva sempre per cercare di accontentare tutti (marito, genitori, datore di lavoro). Ancora, un bambino era molto capriccioso ed agitato nelle situazioni relazionali, molto preciso, sino all’esagerazione, nei disegni all’asilo. I genitori avevano per lui grandi aspettative, si aspettavano che fosse sempre il primo. E il padre correggeva sempre tutto quello che faceva. Anche come disegnava. Infine, ricordo ancora un bambino che aveva paura del mondo. Come tutti gli altri casi, famiglie “normali” e situazioni normali, di buone relazioni. Ma, guardando in profondità, c’era un padre assente, che viveva il ruolo di “padre” da un punto di vista di azione (lavoro, sostentamento) ma non di relazione, una nonna ipercritica, una madre insicura di sé, timorosa degli altri perché delusa da persone in cui aveva riposto la propria fiducia. I comportamenti “strani” dei bambini non nascono mai a caso. Sono sempre anche una conseguenza dell’interazione con l’ambiente che li circonda. Sono quelle che io chiamo “strategie di sopravvivenza”, un modo per resistere a qualcosa che non comprendiamo, per difenderci, per cercare di andare avanti ugualmente. Se mi ami, perché mi tratti male? Se mi chiedi di essere giusto, perché sei ingiusto? Quindi, la paura di tuo figlio è un segnale che, all’interno della vostra rete di relazioni, qualcosa deve trovare un equilibrio nuovo e diverso. Se riuscirai a capire cosa, vedrai come per tuo figlio non ci sarà più bisogno di fingere di essere un leone, di fare capricci o di scappare, dagli altri e dalla vita. Perché il compito più importante degli adulti è quello di aiutare ogni bambino a scoprire chi è, affinché possa essere autenticamente se stesso. Compito non facile, se non abbiamo imparato a farlo anche per noi.


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