Ruolo e responsabilità degli adulti nella crescita dei bambini
Insegnanti ed adulti possono educare, ma anche diseducare. Imparare a vedere un bambino per la persona che è, e non per la persona che immaginiamo debba essere, è la base dell’equilibrio relazionale, in ambito familiare come scolastico.
“Buongiorno, le scrivo per mio figlio che ha 5 anni e frequenta la scuola materna da un
anno. Già dal primo anno una delle due insegnanti mi aveva segnalato difficoltà nel bimbo ad integrarsi ‘attivamente’ nei giochi e nelle attività didattiche ma in seguito il problema sembrava essere rientrato e tra l'altro l'altra insegnante sosteneva che con lei questo tipo di problemi non c'erano o erano molto lievi e riconducibili al fatto che era il primo anno di scuola e si trattava di un figlio unico, faccio un esempio di quanto invece mi riferiva l'insegnante più giovane: rifiuto verso l’attività del disegno, scarsa partecipazione attiva nella corsa o in altri giochi, prevalente atteggiamento imitativo. A distanza di un anno quando notavamo da genitori la gioia immensa del bimbo nel recarsi ogni mattina a scuola, l'entusiasmo nel vedere i suoi amichetti, i progressi nelle attività ludiche, le due insegnanti ci chiedono di nuovo un incontro e accennano a problemi ‘didattici’ del bambino, stavolta si riferiscono non tanto a problemi di integrazione ma una delle due
(sempre la stessa) parla di divario nel livello dei risultati rispetto anche a bambini più piccoli di un anno (trattasi di classe mista con bimbi fino a 6 anni compiuti) e preoccupazione per un presunto scarso livello di apprendimento che lo renderebbe impreparato per il prossimo anno quando dovrà affrontare le scuole elementari. Dall'osservazione genitoriale emerge che fin da piccolo il bimbo ha avuto molte paure che lo bloccavano di fronte all'attività ludica (paura di farsi male, di cadere, degli altri bimbi che potevano rovinargli addosso) quindi si rifiutava ad es. di salire sulle giostre, sullo scivolo (questa paura ora è superata ma da poco tempo) di correre troppo, di saltare, di scavalcare. Non temeva ad es. di cavalcare al trotto sui pony dove lo portavamo talvolta, non aveva paura di saltare sul divano prendendo la rincorsa nell'ambiente
domestico. Va detto che dallo scivolo si è procurato una distorsione alla caviglia con presunta fratturina del legno verde mentre era con la nonna e che si tratta di un bimbo più alto e più pesante della media della sua età (ma non è assolutamente sovrappeso).
Non abbiamo mai insistito né lo abbiamo rimproverato anche se qualche volta ci è scappata un’esclamazione di malcontento (per il fatto che ci rendevamo conto che lui stesso soffriva autolimitandosi ma continuando a guardare quel che facevano gli altri
bimbi). Il contatto con gli altri bimbi glielo abbiamo sempre garantito (passeggiate al parco anche con la pioggia, incursione dai vicini con la bimba quasi coetanea) gite al Luna Park ecc ecc. A scuola ha fatto amicizia con tutti ma il suo atteggiamento verso i giochi
sembra essere sempre privo di iniziativa (a quanto mi riferiscono), tende a seguire gli altri nella corsa, a imitare gli altri nei giochi e a copiare i disegni degli altri bimbi.
Il bambino mi ha riferito che ha paura di tutto: di giocare a pallone (ma col padre gioca e tira anche forte) riferisce dopo una giornata a scuola da cui è uscito nervoso e piagnucolante, che ha paura di giocare, di farsi male, di cadere, e di disegnare. Riferisce che un bambino di 6 anni gli dice sempre che i suoi disegni sono orribili e che disegna dei mostri. A casa abbiamo appeso molti suoi disegni, piuttosto basici ma completi morfologicamente armoniosi e ben colorati (tinte vivaci) quando gli chiedo di disegnarmi qualcosa di preciso aggiunge all'elemento richiesto le sue immagini preferite come una casa degli uccelli, un albero delle persone e colora tutto molto bene, scrive correttamente il suo nome, la parola mamma e papà e conosce tutte le lettere dell'alfabeto (con qualche incertezza sulla zeta e sulla g). Nel tempo libero a casa non mostra apatia, vuole sempre giocare (predilige corsa e nascondino) socializza subito con i bimbi anche se non li conosce. Nei giochi con gli altri bimbi in effetti non si sbilancia, non osa andare oltre, non fa mai cose pericolose, il gioco di gruppo per lui si interrompe quando diventa pericoloso.
Quando non riesce a fare una cosa (parlo sia di attività fisica che di abilità di altro genere es. giochi al pc o pittura con acquerelli o altro) rinuncia subito e si arrabbia. Bisogna riprendere l'attività in altro momento e sperare che ci si impegni di più o parta più bendisposto. A scuola l’insegnante più giovane mi riferiva qualche mese fa che il bambino si rifiutava di ‘fare il libro’ (un libro su cui scrivere le lettere dell’alfabeto), a me il bambino riferiva di non voler più andare a scuola (dopo molto mi ha confidato che il motivo era che non voleva fare il libro) l'insegnante più grande invece mi informava che la sua collega più giovane glielo aveva imposto in modo un po’ duro e che con lei invece il libro lo faceva senza problemi, mi rassicurava che l'avrebbe risolto lei. Il bimbo ha finito il libro ed è tornato ad andare volentieri a scuola. In effetti il bambino mostra una preferenza spiccata per l’insegnante più ‘matura’ con la quale supera ogni iniziale diffidenza verso le attività mentre verso l'altra mostra maggiore ostilità. La mia impressione è che per questa ragione l'insegnante più giovane si sia indispettita e che comunque lei non vada oltre l'osservazione in superficie senza capire le dinamiche che possono generare certi atteggiamenti. Spero di aver descritto in modo chiaro il problema: sono sicura che mio figlio sia nato con delle paure ancestrali (forse a seguito di un parto difficile) ma
che l'ambiente scolastico non stia supportando (mi riferisco al comportamento di una delle insegnanti) il quotidiano lavoro di incoraggiamento che cerchiamo di mettere in atto a casa, quindi rischia di vanificare purtroppo i progressi finora ottenuti. Potrebbe darci dei consigli su come aiutare nostro figlio ad avere più iniziativa e meno paure? E magari a far integrare i nostri sforzi con altrettanti sforzi da parte della scuola anziché limitarsi a dire che è al di sotto della media? Grazie. Una mamma e un papà”.
Carissimi, grazie per averci scritto. La vostra lunga e-mail introduce molti argomenti, che possono interessare anche altre persone che si trovino ad affrontare situazioni simili, per questo ho ritenuto di pubbicarla integralmente. Vedrò di trattare sinteticamente i principali, da punto di vista grafologico, pedagogico e di dinamiche relazionali. 1 - Influenza delle dinamiche relazionali familiari sui comportamenti dei bambini
Tu non descrivi in alcun modo il vostro comportamento – quello tuo, di tuo marito e delle altre eventuali figure di riferimento – nei confronti del vostro bambino, né i vostri stili relazionali, né le vostre paure e timori. Parli, genericamente, di “quotidiano lavoro di incoraggiamento”, ma servirebbero dati molto più precisi per capire cosa intendete con questa espressione. In ogni caso, vi sono influenze traversarli transgenerazionali molto profonde che si manifestano proprio nei comportamenti dei bambini che troviamo “non adeguati al contesto”. Per aiutare davvero vostro figlio, dovremmo capire quali sono le vostre paure ed i vostri timori, la vostra visione del mondo e delle altre persone, qual è lo stile relazionale di coppia, quali aspettative riversate su vostro figlio, se qualcuno di voi ha paura del giudizio degli altri, se ha tendenze al perfezionismo e così via. Manca perciò un elemento importante. 2 - Ogni bambino nasce con un suo temperamento, ma il comportamento non scaturisce mai soltanto da questo elemento. Tuo figlio potrebbe essere nato prudente (termine che preferisco a “pauroso”, che già ha in sé un elemento giudicatorio), ma questo non necessariamente si trasforma, appunto, in paura ed immobilismo. In mezzo, deve esserci anche dell’altro. 3 - Il ruolo degli adulti nell’educazione è fondamentale
Il solo pensare che un’educatrice si indispettisca verso un bambino di cui deve occuparsi, e che questo ottenebri la sua valutazione, e la sua capacità di rapportarsi con lui in modo adeguato, è una cosa che, come pedagogista, mi rattrista molto. Purtroppo, sono situazioni che si verificano. Ma credo che ciascuno di noi dovrebbe adoperarsi per far sì che l’adulto in questione possa comprendere cosa deve cambiare per riuscire nel suo compito. Che non è quello di far fare al bambino ciò che vuole, nel modo in cui lui pensa debba essere fatto, per arrivare al risultato che lui ritiene giusto. Ma quello di fornire al bambino gli strumenti affinché possa esprimersi per la migliore realizzazione di se stesso. Significa che sta all’adulto trovare il linguaggio giusto perché un bambino possa appropriarsi di certi strumenti. Una risposta che già conoscete, altrimenti, che spiegazione dare al fatto che l’altra insegnante ha risposte completamente diverse?
Forse, nel vostro profondo, avendo l’idea che vostro figlio sia effettivamente pauroso, abbia effettivamente difficoltà, anche voi contribuite a rafforzare questo suo comportamento e la valutazione che ne fa l’insegnante più giovane. L’effetto pigmalione è un dato di fatto. 4 - E’ giusto e normale avere stati emozionali anche negativi.
Vostro figlio vi ha raccontato che “ha paura di giocare, di farsi male, di cadere, e di disegnare. Riferisce che un bambino di 6 anni gli dice sempre che i suoi disegni sono orribili e che disegna dei mostri”. Se un adulto si trovasse di fianco ad un altro adulto pronto a criticarlo su una cosa che lui sta imparando, sarebbe felice e gioioso? Direi di no. La critica ingiusta produce sempre sofferenza. Certo, l’elaborazione matura e la consapevolezza consentono all’adulto di reagire, a livello interiore, in modo diverso. Ma quanti adulti ce l’hanno con gli altri, odiano certe cose, ne evitano altre solo perché non sono riusciti a comprendere pienamente se stessi e a trovare il modo giusto per affrontarle. Quello che può fare l’adulto è offrire al bambino gli strumenti perché possa strutturarsi per interagire con l’ambiente in maniera positiva, anche quando l’ambiente è negativo.
Infine, ogni persona è in continuo divenire. Ancor di più i bambini. Teorizzare che un bambino che all’asilo non ha un rapporto emozionale soddisfacente con una delle sue insegnanti, e quindi reagisce non applicandosi nel modo giusto, con conseguenti risultati sull’apprendimento, significa non avere idea di cosa si sta facendo. Vostro figlio potrà essere uno studente soddisfatto e dai risultati eccellenti. Purtroppo, non si può negare che un ambiente emozionale non sereno non influisca sull’apprendimento, ma questo nulla ha a che fare con le capacità e le potenzialità di un bambino.
Naturalmente, ci sono situazioni in cui un bambino può avere oggettive e strumentali difficoltà, ma ogni situazione, prima di pronunciare giudizi di disvalore, deve essere valutata attentamente. Nella mia attività di grafologa e pedagogista spesso la vera causa delle difficoltà di apprendimento, rendimento e socializzazione scolastica è l’adulto. Non la sola, ma una delle cause più significative. La grafologia ci spiega bene come il disegno sia, prima di tutto, una forma di comunicazione, di espressione, un modo di essere. E così la scrittura. Per questo, fare il libro con l’insegnante che non gli piace è così difficile. Soprattutto, chi non avrebbe difficoltà a fare una cosa, circondato da persone che ti giudicano, e non sembrano mai soddisfatte?
Perciò insegnare e educare, certamente, ma anche comprendere e sostenere, nel giusto equilibrio. In cui non trova spazio l’essere indispettiti.
E così, giocare con gli altri, affrontare cose nuove, osservare, imitare, vuol dire molto di più. Sicuramente il vostro bambino può imparare a gestire in modo diverso la sua prudenza. Ma come riuscirà e potrà farlo, dipende molto dagli adulti che avrà intorno a lui.
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