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Il biologico fa bene alla salute

Negozi specializzati nella vendita del biologico, ristoranti che propongono menu a base di soli alimenti privi di sostanze chimiche. Il consumo di prodotti coltivati senza il ricorso a sostanze sintetiche quali concimi, antiparassitari, e pesticidi si sta diffondendo sempre di più, fino a diventare una vera e propria moda. Non sempre, comunque, gli alimenti privi di fertilizzanti sintetici risultano qualitativamente superiori rispetto agli altri.

“In alcuni casi, come ad esempio per il cavolo bianco o per gli spinaci, il prodotto biologico ha risposto meglio dal punto di vista di un maggior contenuto in antiossidanti; per altre tipologie di prodotti, quali insalate e pesca gialla, la metodologia di coltivazione non ha influito in maniera significativa sulla qualità finale”. Ad affermarlo è Filomena Nazzaro, dell’Istituto di scienze dell’alimentazione (Isa) del Cnr di Avellino che, insieme con i colleghi Florinda Fratianni e Alfonso Sada, ha svolto una ricerca presso il laboratorio di Biotecnologie e sicurezza alimentare dell’Isa-Cnr, nell’ambito di un progetto finanziato dal Craa (Consorzio ricerca applicata agricoltura) e coordinato dall’università di Salerno.
Lo studio, che ha riguardato sia frutta che ortaggi coltivati in Campania, è stato condotto attraverso analisi comparative tra cultivar ottenute da coltivazione biologica e convenzionale, allo scopo di individuare quale rispondesse meglio in termini biochimici (contenuto di polifenoli totali, attività antiossidante totale, etc.) e fosse quindi più conveniente per il consumatore.
“Il vasto impiego di pesticidi nelle coltivazioni convenzionali contro l’attacco di parassiti”, spiega Alfonso Sada dell’Isa-Cnr, “potrebbe risultare fonte di rischio per la salute pubblica. Mediante test in vitro è stata valutata l’eventuale presenza di contaminanti a potenziale attività mutagena nei campioni vegetali da cultivar convenzionali e nelle controparti biologiche. I risultati hanno mostrato che nessuno dei campioni esaminati, indipendentemente dal metodo di coltivazione, conteneva sostanze ad attività genotossica”.
“La differenza è stata invece notata per quanto riguarda l’attività antimutagena”, conclude Nazzaro, “cioè la potenziale capacità, in vitro, di limitare l’azione di sostanze notoriamente mutagene, e quindi potenzialmente cancerogene. In questo caso, generalmente, i campioni da coltura biologica hanno mostrato attività anticancerogena superiore rispetto alla controparte convenzionale”.
(Fonte: Almanacco della Scienza – CNR)

Per saperne di più: Almanacco della scienza



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