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Quando il bue è pericoloso


Immagine - Quando il bue è pericoloso Nella raffigurazione della natività protagonisti essenziali sono il bue e l’asino, la cui funzione è riscaldare con il fiato il piccolo Gesù deposto nella mangiatoia. La scelta di inserire questi due animali è dovuta senz’altro alla loro ampia presenza nella quotidianità del mondo agricolo e pastorale in cui il presepe nacque e il loro ruolo in campo agro-alimentare è ancora oggi significativo, anche se notizie preoccupanti hanno di recente interessato i bovini.

La rivista 'The Lancet Oncology’ ha infatti pubblicato un’anteprima del lavoro eseguito da 22 esperti dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Oms, che da un’analisi su circa 800 studi pubblicati negli ultimi 20 anni evidenziano il legame tra elevato consumo di carni rosse e lavorate e aumentata incidenza di alcuni tumori, principalmente quelli dell’apparato gastro-intestinale. Per far chiarezza su questo delicato argomento, l’Arfacid, una onlus impegnata da tempo sul tema alimentazione e salute, ha promosso a Napoli un incontro al quale ha partecipato tra gli altri Gian Luigi Russo dell’Istituto di scienze dell’alimentazione (Isa) del Cnr di Avellino.

“Gli esperti dello Iarc hanno inserito le carni trasformate (salsicce, salumi, wurstel, etc.) nel gruppo 1 delle sostanze cancerogene, quelle 'per le quali esistono forti evidenze che causino il cancro nell’uomo’; lo stesso gruppo a cui appartiene il fumo di sigarette e l’asbesto (amianto)”, spiega Russo. “La carne rossa, invece, che per definizione indica carni da muscolo di mammifero (manzo, vitello, maiale, agnello, ma non pollo e pesce), è stata inserita nel gruppo 2A, che riguarda le sostanze per le quali è probabile l’associazione tra consumo elevato e cancro”.

Secondo l’analisi dello Iarc, le persone che consumano più di 100 g al giorno di carne rossa presentano una probabilità del 17% superiore alla media di sviluppare tumori intestinali. Tale maggior rischio sale al 18% per quanti consumano più di 50 g al giornole di carni lavorate . “Si tratta di rischio relativo" precisa il ricercatore dell’Isa-Cnr, "In termini di numeri assoluti, se l’incidenza di sviluppare un cancro del colon-retto nella popolazione europea che consuma poca carne rossa è di circa 55 persone su 1.000, nei soggetti che ne consumano più di 100 g al giorno, i casi di tumore passerebbero a 65. Inoltre, il fatto che le carni lavorate si trovino nel gruppo 1, insieme alle sigarette, non significa che condividano lo stesso rischio di indurre il cancro: il fumo causa 6 volte più casi di tumore all’anno, rispetto all’eventuale consumo elevato di carni rosse e lavorate”.

Le sostanze cancerogene si formano durante la cottura delle carni e andrebbero a 'mutagenizzare' il Dna, innescando la trasformazione di una cellula da normale a tumorale. “Nonostante i robusti dati epidemiologici a favore dell’aumentato rischio di sviluppare tumori intestinali nei forti consumatori di carni rosse e di insaccati, non è però ancora del tutto chiaro come ciò avvenga a livello molecolare”, continua Russo. “Basandoci su dati di tossicità in modelli animali, per assumere una dose di ammine eterocicliche tale da causare il cancro nei topi, un uomo dovrebbe mangiare diverse decine di kg di carne al giorno”.

È bene comunque non sottovalutare il problema, anche se in Italia la situazione è meno preoccupante rispetto ad altri paesi: il nostro consumo medio di carne bovina si aggira intorno ai 50 g al giorno, ben al di sotto della soglia di sicurezza fissata intorno ai 500 g alla settimana. “In attesa di conoscere i dettagli dello studio Iarc, che sarà pubblicato tra qualche mese, è sicuramente un fatto positivo aver acceso l’attenzione dei consumatori su queste tematiche. Non bisogna dimenticare però che inserire la carne nell'alimentazione settimanale non fa male,anzi, considerando l’importante apporto nutrizionale di questo alimento”, conclude Russo.
(Fonte: Almanacco della scienza - CNR)

Per saperne di più: Almanacco della scienza - CNR














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