La fecondazione proibita: intervista a Chiara Valentini

Una legge arcaica che riporta innaturalmente il nostro paese agli anni Cinquanta, nelle testimonianze e nelle riflessioni del popolo della fecondazione assistita. Ne parliamo con l’autrice: “Credo che attorno a questa legge, la famosa Legge 40 di cui hanno tanto parlato i giornali, si stiano giocando varie battaglie di civiltà”. Intervista a Chiara Valentini, autrice del libro “La fecondazione proibita”, in libreria da novembre 2004.

Quando nel marzo scorso viene approvata definitivamente la legge sulla fecondazione assistita, molti la giudicano come la peggiore legge d’Europa e forse del mondo. L’incapacità di tradurre in norme ragionevoli la rivoluzione della maternità artificiale ha prodotto una serie di assurdità e divieti che sta già pesantemente penalizzando gli aspiranti genitori e trasformando i medici e i ricercatori in potenziali criminali. Per capire come si sia potuti arrivare a questo pasticcio inaccettabile in un paese dove già ci sono cinquantamila bambini della provetta e dove esistono centinaia di centri, in alcuni casi all’avanguardia della ricerca, Chiara Valentini ha ricostruito una storia in buona parte ancora sconosciuta. In Italia, infatti, di fecondazione assistita si è parlato poco e male, anche per colpa di una stampa che ha puntato troppo spesso sui casi limite, sugli uteri in affitto, sulle mamme nonne, sui bambini costruiti su commissione. In questo libro invece si riparte dall’inizio, da quell’ospedale di Palermo dove vent’anni fa nasceva la prima bambina italiana della provetta. Nei primi capitoli, grazie anche a molte testimonianze di prima mano, si raccontano le storie delle madri-pioniere e i progressi spettacolari delle tecniche, ma anche gli imbrogli, favoriti dall’assenza di norme a tutela dei pazienti. Il vero Far West è stato quello delle donne usate per anni come cavie, delle rivalità fra i “maghi della provetta”, della pressione delle case farmaceutiche. Si ricostruisce a grandi linee l’interferenza crescente della Chiesa, l’incapacità dei politici di arrivare a una legge condivisa, le forzature della Commissione bioetica. Nella seconda parte parla soprattutto il popolo della fecondazione assistita e dei portatori di malattie genetiche. Investiti dal ciclone della nuova legge, molti hanno accettato di uscire dalla segretezza e dal riserbo finora prevalente. Storie e testimonianze portano alla luce figure finora ignorate e ormai fuorilegge: dai donatori di seme alle donne che con i loro ovociti permettevano ad altre donne di essere madri, agli uomini che accettavano la fecondazione eterologa delle loro partner.

Perchè un libro sulla fecondazione assistita?
Perché credo che attorno a questa legge, la famosa Legge 40 di cui hanno tanto parlato i giornali, si stiano giocando varie battaglie di civiltà. C’è il diritto delle donne a disporre liberamente del proprio corpo, che sembrava acquisito una volta per tutte ai tempi del referendum sull’aborto, giusto vent’anni fa, e che adesso viene messo in discussione. C’è il diritto dei cittadini a vivere in uno stato laico e non in un paese dove è la Chiesa a decidere cosa succede nelle sale operatorie, arrivando fino alle prescrizioni più minute su quel che un medico può o non può fare. E c’è l’apparizione di una nuova figura giuridica finora sconosciuta, l’embrione: un minuscolo aggregato visibile solo al microscopio e che si è voluto contrapporre non solo alla madre ma perfino al bambino che deve nascere.

Tutte ragioni nobilissime. Ma qual è stato il quid che le ha fatto scattare la voglia di scriverci sopra un saggio?
Sono della generazione che aveva condotto in prima persona la battaglia per l’aborto, sia dalle colonne dei giornali che nella vita sociale. Come tante mie coetanee, per esempio la stessa Emma Bonino, c’eravamo sentite ripetere fino alla nausea da chi voleva cancellare l’interruzione volontaria della gravidanza che eravamo donne egoiste e sconsiderate (qualcuno arrivava anche a chiamarci assassine), che volevano negare il diritto alla vita. Anche per questo in un primo momento ero rimasta molto stupita vedendo che adesso quelle stesse forze se la prendevano con le donne che la vita invece la volevano dare, che chiedevano di soddisfare il loro desiderio di essere madri. Anche loro sono state accusate di nutrire desideri eccessivi e veri e propri deliri di onnipotenza. La fecondazione proibita, più che un saggio, è una specie di viaggio nel mondo della provetta, una storia delle donne e degli uomini che da vent’anni a questa parte cercano di superare quella malattia dei nostri tempi che è la sterilità attraverso pratiche mediche che ormai sono accettate in tutto il mondo.

Perché spesso in Italia la fecondazione assistita viene guardata con diffidenza, quasi con sospetto?
Perché purtroppo, al contrario di quel che è successo altrove, troppe volte i media ne hanno parlato in modo improprio, concentrandosi sui casi limite, se non sui fenomeni da baraccone. Se si prova a chiedere che cosa pensa della fecondazione assistita a una persona che non ha avuto a che fare con il problema è facile sentirsi rispondere: "La libertà di poter fare i figli va bene, ma bisogna evitare le mamme nonne o l’affitto dell’utero, perché i bambini hanno diritto a una famiglia normale". Peccato che le mamme nonne siano in pratica un’invenzione dei giornali. Le gravidanze delle sessantenni sono state poche decine in tutto, quasi sempre a opera di quel ginecologo, Severino Antinori, che ha costruito la sua fama appunto su questo genere di scandali. Quanto all’utero in affitto in Italia è un fenomeno ultraminoritario, come ho raccontato anche con vari esempi. Invece l’avventura quotidiana dello provetta ha coinvolto un numero altissimo di persone: basti dire che oggi nel nostro paese i bambini nati da fecondazione assistita sono ben 50 mila. Sono gli abitanti di una media città di provincia.

Che cosa l’ha colpita di più nelle sue ricerche?
La felicità di chi è riuscito a diventare genitore e all’opposto la tristezza e il senso di sconfitta di chi non ce l’ha fatta. E poi l’equilibrio e la serenità dei bambini concepiti in vitro. Ho intervistato lungamente almeno una cinquantina di genitori della provetta, in prevalenza donne, in varie città d’Italia. Spesso sono stata nelle loro case, ho parlato con i loro figli, ricavandone un’impressione di armonia. Sono famiglie "diverse" in senso positivo, dove il valore dei rapporti fra genitori e figli è sentito con intensità particolare.

È stato difficile ottenere le loro confidenze?
No, anche se credo che questa sia la prima indagine sul campo di questo genere. Sono persone che finora preferivano non raccontare la loro esperienza, proprio per il clima un po’ carbonaro del nostro paese, dove non c’è mai stata una discussione aperta, dove non si è costruito un senso comune su questo nuovo modo di nascere. Invece dopo l’approvazione della legge molti e molte sono venuti allo scoperto, perché si sentono vittime di una profonda ingiustizia. "Volevo raccontare al mio bambino che era nato da una fecondazione eterologa, ma adesso non so più che cosa fare , è come se avessi fatto qualcosa di proibito", mi hanno detto per esempio varie madri. In certi casi le coppie mi hanno chiesto di riportare la loro storia con i loro veri nomi, proprio per dare più valore alla loro testimonianza.

Non crede che ci sia qualcosa di inquietante nel manipolare le origini stesse della vita?
C’è sempre qualcosa di inquietante nei progressi della scienza, ogni volta è come se si aprissero delle porte che non sappiamo bene dove ci porteranno. Personalmente per esempio sono più colpita dai trapianti di organi, e anche dalle possibilità di abuso che comportano: basti pensare ai traffici orribili di cui possono essere oggetto, perfino al commercio di bambini. Ma nessuno si sognerebbe di mettere in discussione quelle tecniche. Con la fecondazione assistita invece è prevalso il proibizionismo. Ma da quando è nata Louise Brown, la prima figlia della provetta, sono passati 26 anni. Non possiamo continuare a ragionare come se la fecondazione in vitro fosse un esperimento del dottor Mabuse. Una delle mie intervistate l’ha definita "un atto d’amore in provetta". Mi sembra un’immagine efficace".

I cattolici hanno un’opinione diversa.
No, non è giusto parlare di "cattolici", diciamo piuttosto le gerarchie ecclesiastiche. Nella mia ricerca ho incontrato molte donne credenti, che avevano scelto la fecondazione assistita, anche a costo di conflitti di coscienza. Spesso erano state incoraggiate dal loro parroco o da qualche sacerdote: a dimostrazione del fatto che anche nel mondo cattolico molti non accettano la logica secondo cui sarebbe un’azione riprovevole cercare di far venire al mondo un bambino, sia pure per vie diverse da quelle tradizionali.

Insomma lei non crede che il referendum, se ci sarà, si trasformerà in una guerra di religione, capace di spaccare l’Italia?
Non lo credo assolutamente, anche perché le stesse cose le avevo sentite dire ai tempi del referendum del divorzio e poi dell’aborto, che invece sono state due tappe di civiltà. Spero che a questo referendum ci si arrivi, non solo per poter riscrivere da cima a fondo una legge inaccettabile, ma perché sarebbe anche un’ottima occasione per gli italiani per confrontarsi finalmente sulla fecondazione assistita, per discuterne, per uscire dall’imbarazzo. Che poi, in piccolo, è quel che ho cercato di fare anch’io scrivendo questo libro.

a cura della redazione di www.feltrinelli.it

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