Immagine L'intervista

Guido Harari, tra musica e fotografia

È uno dei “miti” delle fotografia italiana, uno dei ritrattisti più amati dai personaggi del mondo della musica. Si definisce “un eterno dilettante, un inguaribile appassionato”. Ha fatto del suo sogno il proprio lavoro. E si racconta con una mostra, “X Posed”, al Toscana Foto Festival 2004. Ma anche, si mette in gioco con un workshop, "Il ritratto come incontro". Che ha l’obiettivo di far capire come fotografare possa davvero diventare una specie di seconda natura: dimenticando la tecnica e scoprendo i meccanismi che fanno decollare la chimica tra fotografo e fotografato.

Chi è Guido Harari fotografo?
Un eterno dilettante, un inguaribile appassionato, un privilegiato che ha fatto del suo sogno il proprio lavoro.

Sei uno dei più grandi ritrattisti italiani, sicuramente uno dei più amati dai personaggi del mondo della musica. Come nasce questa passione?
La passione per la fotografia me l’ha passata mio padre che, senza averlo mai fatto per professione, ha fissato tutti i momenti cruciali della storia della nostra famiglia, un po’ come lo zio della famiglia del film Heimat di Edgar Reitz. La passione per la musica è scattata quand’ero ancora bambino, prima con l’avvento del rock’n’roll e poi con quello dei Beatles, che ho avuto la fortuna di vedere in concerto a Milano nel ’65. Avevo 12 anni.
Credo che sia nel mio DNA fotografare musicisti: c’è una specie di telepatica intesa, che non avverto con persone e personaggi di altri campi. Chi mi conosce e/o ha lavorato con me sa quanto intensamente vivo questo lavoro-passione, privilegiando la qualità del rapporto con i miei soggetti prima di tutto. Anche se a volte significa rinunciare a fotografare, a “portare a casa il lavoro”, per costruire un rapporto. Questo è il mio solo criterio di “professionismo”.

Joni Mitchell, Lou Reed, Claudio Baglioni, Fabrizio De André: c’è un personaggio a cui sei più legato, come fotografo e come uomo?
Hai citato quattro artisti con cui non solo ho avuto la fortuna di lavorare, ma coi quali ho potuto costruire un rapporto, ormai più che ventennale. Oggi, tra i quattro, mi sento più legato a Fabrizio De André, per la statura morale ed artistica e per l’infinita pazienza dimostratami, e anche a Lou Reed e Laurie Anderson, due artisti che ho sempre sentito vicini, ancor di più da quando formano una delle coppie più inossidabili della musica americana.

Rimaniamo in tema musicale: se dovessi definirti usando i titoli di tre canzoni, quali sceglieresti, e perché?
Di getto sceglierei Nowhere Man dei Beatles, perché spesso mi sento come il personaggio descritto nella canzone, “uomo di nessun dove, che fa progetti di nessun dove per nessuno”. Poi Chinese Cafe di Joni Mitchell, forse una delle canzoni più intense sull’avanzare dell’età di mezzo. Infine, My Back Pages di Bob Dylan, con il verso immortale “ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane oggi”.

Com’è nata la tua collaborazione in Bangladesh con Progetto Sorriso nel Mondo?
Ho conosciuto i medici di PSNM attraverso conoscenze comuni. Da tempo desideravo impegnarmi in un progetto che mi permettesse di uscire dai rituali del ritratto di confezione, o peggio, di regime, e realizzare qualcosa di socialmente utile e realmente divulgativo. Le due settimane a Khulna, Bangladesh, sono state dense di di sguardi intensi e incontri esaltanti. Mi ha colpito l’assoluta innocenza della gente, non solo davanti all’obbiettivo della macchina fotografica, ma soprattutto davanti alla persona che attraverso quello indagava. Oltre alle immagini, poi raccolte nel libro e nella mostra Khulna Bangladesh, ho anche girato un documentario, scoprendo nuove modalità di racconto attraverso il video, che intendo ripetere quanto prima.

Il ritratto come incontro, gli strumenti del comunicare, oltre i propri limiti: un workshop impegnativo…
Un workshop stimolante: non direi proprio impegnativo. Il suo obiettivo è capire come fotografare possa davvero diventare una specie di seconda natura: dimenticando la tecnica e scoprendo i meccanismi, spesso più banali di quanto si immagini, che fanno decollare la chimica tra fotografo e fotografato.
Vedo anche spesso che a molti, oltre che scoprire il mio approccio professionale e la mia “tecnica”, interessa capire come conciliare ricerca creativa e esigenze di mercato, e come asservire la tecnica alla comunicazione. Aspetti cruciali del lavoro di fotografo, anche questi, che non rimangono ignorati.

Come ti immagini il tuo corsista ‘ideale’: se esiste, quali requisiti dovrebbe avere?
Non un tecnicista, innanzitutto. Piuttosto un’umanista dell’immagine, attento all’etica della fotografia e sensibile all’arte dell’incontro, alla chimica, fatta di intesa e di rispetto, tra fotografo e fotografato. Il tutto condito di una sana dose di ironia e di auto-ironia.

X-Posed: al TFF partecipi anche con una mostra. Cosa racconta?
È la mia prima volta al TFF e quindi ho pensato di portare una mostra, X-Posed, che sia sintesi di esperienze diverse: dai miei ritratti di musicisti alla serie dedicata alle grandi personalità del nostro paese, fino alle immagini di Progetto Sorriso nel Mondo.

I tuoi prossimi progetti?
Negli ultimi anni ho curato due biografie fotografiche su Fabrizio De André (di cui per vent’anni sono stato uno dei fotografi personali) e Fernanda Pivano. Sono rimasto sedotto dall’arte di fotografare senza macchina fotografica, potendomi calare in pieno nelle pieghe più intime della vita di una persona e dandomi tutto il tempo necessario per approfondire un’esperienza di racconto e di conoscenza che il genere di fotografia che pratico abitualmente, così aforismico nell’intensità di collisioni rapidissime, raramente mi consente. Quindi ora sto programmando una serie di progetti editoriali e di mostre collegate, tutti a media/lunga scadenza. Intanto la mia mostra “Strange Angels”, incentrata sul mio lavoro in ambito musicale, arriverà a Milano, ai Musei di Porta Romana, il 7 settembre.





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