Immagine Grafologia

a cura di Annarosa Pacini

Ma chi sono questi “bulli”?

Immagine Bullismo: un’etichetta a volte, troppo facile da attribuire, per un problema che nasce altrove. Non dobbiamo dimenticare mai, infatti, che tutti i gesti che i bambini e i giovani compiono, anche i più gravi, nascono dal loro vissuto e dalla loro esperienza, sono frutto dell’incontro tra le loro tendenze e ciò che l’ambiente ha loro insegnato. Spesso, rappresentano un tentativo estremo di comunicazione, un segno di disagio profondo di fronte alla mancanza di ascolto. Non ci sono “bulli” e “non bulli”. Ci sono soltanto ragazzi infelici, non compiuti, in disequilibrio, che non sanno chi sono e, soprattutto, non sanno che strada percorrere per scoprire la bellezza straordinaria della loro umanità.

Da tempo stavo riflettendo sull’opportunità di affrontare il tema del “bullismo” sfruttando le indicazioni che mi offre la grafologia. Molte cose si sono scritte e si continuano a scrivere, molte cose vengono dette, da esperti vecchi e nuovi. Alcune di queste cose si portano dietro un modo di vedere la realtà che, pedagogicamente, non è certo tra i più fruttuosi. Qualche sera fa, in tv, ho ascoltato un’esperta perorare la sua personale visione dei ragazzi di oggi. Che ha definito cattivi, privi di morale, che “fanno paura”. Ho trovato che fosse la sua visione, a fare paura. Non è questa la sede per aprire un dibattito sul valore e la funzione del messaggio, su come un messaggio negativo produca effetti altrettanto negativi, e come ogni chiusura alla speranza di cambiamento porti già in sé la sconfitta.
Mi limiterò a parlare della mia visione dei bambini e dei giovani. Dei bambini di oggi, come di quelli di ieri. Se penso alla mia infanzia, posso affermare con certezza di non essere stata “cattiva”. Non era nella mia natura. Non amavo esserlo, né l’idea della cattiveria suscitava in me alcuna attrazione. Ero una bambina normale, come tanti. E conoscevo tanti altri bambini come me, normali, un po’ buoni, a volte meno. E, come ieri, oggi. Perciò, ritengo che non si possa generalizzare e buttare là un “tutti i bambini sono cattivi” come se fosse la realtà oggettiva. E’ solo un’opinione. Per questo, opinabile.
Nessuno nasce cattivo e nessuno nasce buono. Ognuno di noi nasce con un bagaglio di qualità, di “intelligenze”, di capacità, di potenzialità. Poi, incontra un ambiente, le figure parentali di riferimento, la famiglia, la scuola. Se questi adulti con cui entra in contatto sono buoni allenatori, avrà la fortuna di diventare se stesso, di scoprire le sue qualità, di costruirsi, giorno per giorno. Altrimenti, le cose cominceranno a diventare difficili. Un bambino sensibile per un genitore aggressivo potrà trasformarsi in un bambino intollerabilmente pauroso, un bambino vivace per un genitore apprensivo potrà diventare intollerabilmente incontrollabile. Non si nasce cattivi o buoni, ma si può imparare a diventarlo. E, mi duole dirlo, sono proprio gli adulti che i bambini incontrano sulla loro strada a farli diventare ciò che sono. Se non vi piacciono, i bambini e i ragazzi di oggi, sappiate che anche voi avete contribuiti a renderli quello che sono. Questo mi sembra molto positivo: vuol dire allora che molto si può fare, per cambiare le cose.
Molti sono gli aspetti della questione: i genitori, gli insegnanti, la scuola, i modelli. Ne parleremo ancora. Per questa volta, vorrei invece concludere parlando solo dei bambini. Nella mia attività di pedagogista e grafologa ne incontro molti. Bambini spesso assai diversi da come i loro genitori li raccontano. Ragazzi ricchi di qualità e capacità, nonostante quello che chi li circonda dice di loro. La grafologia mi ha insegnato che le qualità di ogni essere umano sono tali e tante che le possibilità di cambiare e migliorare non finiscono mai. Che, spesso, queste qualità possono finire accantonate perché nessuno ci ha insegnato ad usarle, a volte neanche a conoscerle. E questo vale per un adulto, come per un bambino. In questa pagina vedete due disegni, Immagine dello stesso bambino, che chiameremo “Peter”.
Il primo disegno (a sinistra) risale al periodo del suo ingresso in prima elementare: gioioso, desideroso di socializzare, di incontrare il mondo, di conoscere.Immagine Il secondo disegno (a destra) lo ha fatto cinque anni dopo, in quinta elementare: non solo non c’è più traccia del desiderio di socializzare, ma c’è il dubbio sulle proprie capacità, la mancanza della giusta autostima, un rinchiudersi in se stesso che rende difficile confrontarsi con il mondo.
Perciò, non chiamiamoli bulli. E’ troppo facile. Mettiamo da parte gli episodi più terribili che hanno costellato le cronache delle ultime settimane, e limitiamoci a pensare a quei ragazzi prima, magari quando anche loro erano soltanto qualcuno di quei piccoli “bulli” da scuola elementare che a tutti, prima o poi, è capitato di incontrare. Quelli che fanno i dispetti, rubano le penne, dicono le parolacce. Piccoli “bulli” con le loro piccole vittime preferite, sempre lì a subire.
Il bullo, e la vittima del bullo, sono, prima che questo, bambini forgiati dagli adulti che hanno incontrato sulla loro strada. Chiedersi come sia possibile, gridare allo scandalo e alla condanna, nascondersi dietro l’idea di un bambino che nasce “cattivo”, è troppo facile. Chiediamoci quando quel bambino ha cominciato a “trasformarsi” in bullo, e perché, e chi non se ne è accorto, chi non gli ha parlato, chi non lo ha aiutato a trovare le chiavi giuste per affrontare il mondo. Non da bullo, e neanche da vittima, solo, da essere umano, con coraggio e dignità, con tante cose da capire e da scoprire, anche sbagliando. Cominciamo noi ad allenarci ad essere migliori. Cominciamo a capire dove e quando abbiamo sbagliato. Cominciano a correggerci. Si può fare. Basta ascoltare davvero, basta osservare, basta vedere i bambini per quello che sono. E quello che sono, dipende da noi.

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