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Ferrari, mon amour
di Giampaolo Bigi


È fatta, dopo 21 anni di sofferenze e dopo averli vissuti con un amore, una rabbia, da mettere in crisi ogni essere umano, una domenica di un freddo ottobre, all'alba di una domenica pigra e stanca, la Ferrari di rosso vestita, vince e fa vincere noi italiani, da sempre riuniti intorno a questo mito.

Finalmente il Commendatore, (naturalmente mi riferisco ad Enzo Ferrari) potrà gioire rasserenato dalla speranza di avercela fatta, di aver dato e lasciato all'Italia una scuderia vincente, miscelata sapiente di gioia di vivere italiana, caparbietà tedesca e furbizia inglese.
Certo sapere che ventuno anni fa un certo Michael Schumacher, in quel di Kerpen, un ragazzino tedesco per la prima volta si affacciava nel mondo delle corse attraverso gli l Karts, fucina di talenti in questi ultimi anni veramente numerosi, e non sapeva nemmeno che esistesse la rossa Ferrari fa impressione, soprattutto alla luce del fascino nel mondo del nome Ferrari. Non deve stupire poi più di tanto, in fondo per i tedeschi esistono solo Mercedes e Volkswagen.

Ritornando alla gioia che abbiamo provato nella domenica della vittoria, non dimentichiamo i meccanici e i tecnici della Ferrari: la loro gioia era come quella di un bambino cui finalmente dopo anni in cui aveva visto giocare e vincere tutti, finalmente si vede lui stesso sul dolce carro dei vincitori, e come un lampo gli saranno tornati in mente tutte le rinunce, i sacrifici di una stagione, spazzati via dalla tremenda e vissuta felicità degli ultimi metri percorsi in pista da Schumacher, che saranno sembrati a loro un'eternità, con il timore che quel sogno tanto atteso potesse, proprio negli ultimi attimi, svanire.
Così, tutte le polemiche di quest'ultimo anno sono svanite come bollicine, per dar spazio alla gioia immensa di quegli attimi preziosi, e se ci sono state polemiche perché Schumacher non ha cantato l'inno, c'è da capirlo: in quei momenti l'ebbrezza della felicità è più forte delle parole e i gesti valgono più delle parole. Una parola vorrei spenderla per Hakkinen, degno antagonista di Schumacher, infatti di lui e solo di lui, Michael temeva l'assalto dell'ultima gara che già gli era riuscito ben due anni consecutivi.
Il finlandese è stato un esempio di sportività e lealtà, infatti per primo all'arrivo delle macchine nel parco chiuso si è voluto congratulare con Michael, col direttore tecnico e persino con Barrichello e per primo sul palco delle premiazioni ha stretto la mano al vincitore, non da sconfitto ma da sportivo nel vero senso della parola. Un atteggiamento da tenere ad esempio, e questo vale per tutti gli sport, perché è bello vincere, ma è bello anche partecipare con lealtà e con spirito sportivo.


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