
Il sonno della ragione genera mostri Il sonno della ragione genera mostri, diceva Voltaire. Ecco il motivo di questo intervento. La mia riflessione parte dalla constatazione del sonno che sta conquistando la maggior parte del mondo cristiano, attratto più dal destino dei protagonisti del grande fratello e (per la par condicio) di quelli dell’isola dei famosi, e un po’ meno dai crocifissi che vengono tolti dalle aule scolastiche o dal Natale che viene sostituito dalla storia di Cappuccetto Rosso per non offendere le minoranze.
Tra le tante questioni di fondo, una fra tutte: la laicità. Claudio Magris sul Corriere della Sera del 13 dicembre scriveva: “Con buona pace degli ignoranti, che continuano ad usare scorrettamente questo termine come se significasse l’opposto di fede e come sinonimo di ateismo o di agnosticismo, esso indica invece un pensiero capace, indipendentemente delle convinzioni religiose o scettiche di chi lo professa, di distinguere ciò che è oggetto di fede da ciò che è oggetto di ragione, ciò che si può dimostrare da ciò in cui si può credere, ciò che compete alla Chiesa da ciò che compete allo Stato”. Siamo stati abituati a pensare in modo dualistico ed è sicuramente un luogo comune, anche nel mondo cristiano, pensare alla ragione come ad una realtà opposta alla fede. Craxi diceva “la Chiesa non deve fare politica”: dietro di lui molti sostenevano e sostengono tutt’oggi la incompatibilità della fede con l’impegno nella storia, vanificando la forza rivoluzionaria del Vangelo.
Quel vangelo che è stato capace di suscitare civiltà. Da un lato i laicisti temono il cristianesimo e fan di tutto per cancellare la memoria cristiana dalla cultura occidentale, dall’altro, constatiamo come un certa intellighenzia cristiana paventa che la fede si trasformi in ideologia o in partito, ma così pensando finisce col relegare la fede nel limbo del pensiero, in un misticismo disincarnato, in un astratto teorema celeste senza alcun incidenza sulla vita reale. Gesù non si è scomodato semplicemente per ispirare buoni pensieri, ma ha lottato culturalmente e fattivamente per difendere i poveri e gli emarginati. Noi, negando la dignità culturale e storica della fede, neghiamo lo scandalo del Dio fatto uomo in Cristo; neghiamo la possibilità dell’incontro del divino con l’umano. Non si tratta di fare annegare l’io nel tutto, ma di far trionfare l’alleanza tra il Dio e l’uomo, un’alleanza carica di tutto il peso della attualità e di tutta la speranza fondata sulla promessa che la contraddistingue. Questa è la fede cristiana: credere in un fatto che ha rivelato il Volto dell’Eterno Dio.
Il Concilio di Calcedonia, parlando del rapporto tra l’umano e il divino nel Cristo, sostiene che dobbiamo unire il separato, il diviso senza confonderli, “senza mescolanza né confusione, senza divisione né separazione”. Oggi i presunti laici (e che coraggio…) con giochi di parole e con una forte ostentazione (non mi sento in grado di giudicare le intenzioni altrui, ma…) di solidarietà nei confronti delle altre culture pensano di aver trovato la soluzione del problema dell’integrazione. Intanto è di questi giorni la bagarre sulla scelta da parte di alcune scuole italiane di rinunciare ad alcuni segni religiosi come a quello del presepe e ai canti di Natale per rispetto ai tanti alunni di confessioni diverse. Ma dietro alle “rinunce” del presepe e dei canti di natale a scuola per non “turbare” gli alunni immigrati di altre religioni non si nasconde piuttosto una realtà secolarizzata che tende al laicismo o all’ateismo di stato?
Mi suona strano che per rispondere al bisogno di integrazione la strada da percorrere sia quella di annientare la nostra identità. Non sono mancati interventi in difesa della cultura cristiana come quello della Lega Nord della Lombardia, che ha presentato un emendamento al bilancio regionale per attuare un fondo in favore degli istituti dove si continuerà a preparare la grotta di Gesù bambino. Davide Boni, capogruppo del Carroccio alla Regione Lombardia, ha affermato che si tratta di un aiuto per chi non intende cedere di fronte coloro che vogliono imporci il loro modello culturale provo di valori e delle nostre tradizioni. Anche il ministro Giovanardi è intervenuto sulla questione del presepe sostenendo che rimane sicuramente uno dei segni di appartenenza della nostra comunità nazionale, alle nostre radici, alla nostra storia, alle nostre tradizioni. Mi sembra azzardata e forse eccessiva la proposta del presidente della Provincia di Treviso, Luca Zaia, di chiedere al ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, di istituire l’albo degli “obiettori”, così - sostiene il leghista - i genitori sapranno preventivamente dove iscrivere i loro figli senza incorrere in spiacevoli sorprese, come accaduto non solo quest’anno con i Presepi, ma anche qualche tempo fa con i Crocefissi. A conti fatti, comunque, sia le iniziative contro i simboli religiosi sia la controparte che cerca di difenderli rischiano di mettere in crisi il già precario equilibrio della scuola italiana. Basti pensare a ciò che è accaduto a Treviso, per esempio, dove si è già costituito un comitato di genitori con lo scopo di difendere quelle maestre che avevano bandito la figura di Gesù dalla scuola. Questa reazione fa riflettere su quanto sia davvero enorme il potere della figura dell’insegnante all’interno della scuola pubblica italiana: sta di fatto che con il loro comportamento, questi insegnanti pretendono, in nome dell’estrema tolleranza, di cambiare regole già scritte e condivise.
Il rischio è addirittura quello di procurare un vero e proprio razzismo al contrario. Tra l’altro sembra in verità una situazione inverosimile perché ci troviamo di fronte a un errore grossolano e paradossale: per i mussulmani, ad esempio, Gesù è il penultimo dei profeti e, quindi, chi professa tale religione non avrebbe alcun motivo di sentirsi imbarazzato o a disagio se nel Presepe dovesse trovare determinate scene della Natività raccontate perfino nel Corano. La polemica ha avuto inizio nella scuola elementare ”Fogazzaro” di Rebbio, frazione di Como. Una filastrocca natalizia dello Zecchino d’oro - Buon Natale in allegria - è stata modificata per due bambini islamici con ”Gesù” sostituito da ”virtù”. Anche in una scuola di Treviso la recita natalizia è stata sostituita con quella di Cappuccetto Rosso. La chiesa italiana è intervenuta nella persona del Cardinal Ruini. Il prelato ha affermato che si sta esagerando in modo radicale e che non ci si rende conto di quello che si fa. Queste cose in sé possono apparire piccole, ma lo spirito che sta dietro è radicalmente sbagliato e le conseguenze sui nostri ragazzi possono essere molto pesanti. Non si tratta di fare crociate ma di richiamare al buon senso educativo e al rispetto innanzitutto della nostra cultura. Ecco appunto, la nostra cultura: molte sono le correnti di pensiero che sono intervenute a creare il patrimonio culturale della società in cui viviamo, ma è innegabile – e questo lo dovrebbero sapere anche gli attuali “picconatori” dei simboli cristiani – che il fondamento di essa sono i valori cristiani.
Léo Mulin, pensatore culturalmente onesto, pur provenendo da parti opposte e da vie diverse da quelle dei credenti, afferma introducendo “la sfida della fede” del cattolico Vittorio Messori: “…per salvare valori che ci sono cari, i soli ai nostri occhi capaci di riscattare l’uomo dalla miseria indicibile nella quale è caduto. Questi valori sono cristiani per Messori, perché egli possiede la luce della fede; ma pure per me perché, avendo perduto la mia fede laica, nulla trovo che li possa sostituire”. Molti italiani, che hanno coscienza di sé, della propria storia e della cultura di appartenenza, si sono indignati all’idea di fare integrazione mortificando la loro cultura. L’integrazione non implica forse un mettere insieme, un integrare, appunto, e non un retrocedere, un rimuovere, un sopprimere? Ritengo decisamente che si stia incappando anche a livello metodologico in un errore grossolano, che rivela con molta probabilità le vere intenzioni di coloro che vogliono demolire la cultura cristiana in nome della laicità e del rispetto delle altre culture. “Con buona pace degli ignoranti, che continuano ad usare scorrettamente questo termine come se significasse l’opposto di fede e come sinonimo di ateismo o di agnosticismo”, sostiene Magris. Non è solo un fatto di ignoranza a determinare questo fenomeno. C’è certamente dell’altro. Si è posta, inoltre, la questione nei termini del non creare imbarazzo (sic!): per assurdo, se dovessimo eliminare le realtà che creano imbarazzo dovremmo pensare ad abolire le pubblicità televisive e cartellonistiche che mostrano nudi a tutto spiano, rimuovere le mucche dai macelli e non so quanti altri provvedimenti. Ci attenderebbe un lavoro da certosino volto a conoscere a fondo tutte le tradizioni e le culture degli immigrati ed avviare uno smisurato lavoro di accomodamento. A furia di picconare non avremmo più niente di nostro, saremmo tutti alienati e confusi. E poi c’è una grossa confusione sui termini. Ad esempio: una certa sinistra, che sostiene questa opera di picconaggio, parla di globalizzazione come valore da perseguire. Ma questa sinistra non è no-global?
Mi verrebbe da dire “qui casca l’asino”, ma sono convinto che quando non si ha una vera coscienza di sé, come popolo, si cerca di essere “tutti” per non essere “nessuno”. Quando uno assume la propria direzione non lo fa perché vuole schierarsi contro un’altra cultura. Integrare, cari picconatori, non significa castrare la propria cultura, appiattire la visuale, ma creare spazi di condivisione e terreno per l’incontro tra culture e religioni diverse. Io non amo la tua cultura perché odio la mia: laicità e integrazione significano che dobbiamo educare le nuove generazioni a salire in alto, perché sulle alte vette regna la pace.