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di Annarosa Pacini
psicopedagogista, grafologa, giornalista, esperta di comunicazione

Comunicazione: genitori e figli, istruzioni per l’uso

Immagine - Comunicazione: genitori e figli, istruzioni per l’uso Tra le lettere che riceviamo, indirizzate a questa rubrica, molte sono quelle in cui si pongono domande sul rapporto genitori-figli. Cosa va, cosa non va, cosa fare, cosa non fare. Come fare in modo che il proprio figlio cambi atteggiamento o come riuscire a far sì che il suo atteggiamento non ci dia fastidio. Una piccola raccolta di spunti e riflessioni ed alcune “istruzioni per l’uso”, come fosse una sorta di piccolo “corso di comunicazione” on line. In questo primo articolo, parliamo del rispetto.

Punto primo, le regole base della comunicazione interpersonale sono valide per ogni tipo di relazione e comunicazione. Coppia, famiglia, lavoro. Non sfugge a queste regole neanche la comunicazione genitori figli. Affermazione che può apparire lapalissiana e scontata, ma che in realtà non lo è. Scopriamo insieme perché.

Rispetto reciproco . Il rispetto dell’altro, inteso come riconoscimento della sua individualità, del valore personale, della possibilità di essere se stesso, fondamentale per l’evoluzione di ogni buona relazione, a volte, nella comunicazione genitori-figli, si perde per strada. Immagino che molti genitori sgraneranno gli occhi o faranno una smorfia di disapprovazione. Ma come? Ma cosa? Ma chi?
Facciamo insieme un esercizio. Segnate una “X” a fianco di una di queste frasi se l’avete usata, almeno una volta (o se ne avete usata una simile che sottintenda lo stesso significato):
• se mi amassi faresti questo... saresti come dico io... agiresti come dico io...
• usa quel cervello, quel cervelletto, quel cervellino
• ma cosa hai in testa? ti spaccherei la testa per vedere cosa c'è dentro
• hai il cervello scollegato; sei duro; sei ritardato
• non ne combini mai una giusta
• non capisci niente, non vali niente
• sarai così per tutta la vita
• mi fai vergognare di te
• sei un fallito
• sarai un fallito nella vita
• sei delinquente, sembri un …
• peggio per te
• se soffro è colpa tua
• vestiti come dico io, pettinati come dico io
• stai meglio come dico io che come dici tu
• lo so io cosa va bene per te
• sei un po': basso, grassa, con i foruncoli, il naso grosso, troppo qualcosa
• hai deluso le mie aspettative
• non mi piace quello che sei
SAREBBE STATO MEGLIO NON AVERE FIGLI
MI ROVINI LA VITA.


Il maiuscolo lo abbiamo scelto appositamente, rende meglio l’idea. Potremmo andare avanti a lungo, anzi, vi invito a spedire le “vostre” frasi, quelle che come genitori avete detto, o come figli avete ascoltato, a comunicare@encanta.it
In particolare, quelle che non vi sono piaciute (anche chi le dice, retroattivamente, può rendersi conto dell’effetto negativo ottenuto) perché indicavano, secondo voi, una mancanza di rispetto, di stima, di apprezzamento del valore, di riconoscimento e accettazione della diversità dell’essere.

Ora, domandiamoci: quando andiamo a fare la spesa al supermercato, ci sogneremmo di dire al commesso, per lo più uno sconosciuto, o quasi: ‘non capisci niente?’.
Diremmo al nostro collega: ‘sarai un fallito nella vita?’. Diremmo al nostro miglior amico: ‘Ti spaccherei la testa per vedere cosa c’è dentro?”. No. Al di là dei casi particolari, di conflitto aperto, o di disagio emozionale, e quindi ridotta capacità di relazionarsi all’altro in maniera equilibrata, abbiamo ben chiaro che certe frasi possano urtare la sensibilità dell’altro, che non facilitino la comprensione e la comunicazione, che provochino sofferenza. Quindi, non le usiamo, né con il quasi sconosciuto, né con il collega, né con l’amico. Le cose cambiano quando si parla di legami più stretti.
Una recente classificazione della personalità, anche in ambito della psicopatologia e della criminalità, ha dimostrato come la maggior parte delle persone che hanno comportamenti che deviano dalla normalità (morale, psicologica) hanno vissuto relazioni familiari non equilibrate, in cui hanno molto sofferto, a vari livelli. Come dire, che ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità in ciò che accade nella vita di un altro.
La responsabilità dei genitori è ancora più grande.

La prima regola, quindi, ci suggerisce di prestare maggiore attenzione a ciò che diciamo , senza mai dare per scontato che il figlio, in nome dell’amore che dovrebbe sapere che nutriamo per lui, riesca a capire che non stiamo denigrandolo, né criticandolo, né offendendolo. Perché così non è.
Concludiamo questo primo articolo, che ha appena introdotto questo interessante argomento, con un esempio (solo un esempio del livello verbale, la stessa frase potrebbe essere “tradotta” in mille modi diversi, su misura per le persone, le relazioni, le situazioni, anche a livello non verbale, di cui al momento non ci occupiamo ma che tratteremo in un prossimo articolo):
Non capisci niente =
mi spiace che tu abbia preso quel voto, oggi a scuola.
Sei davvero un ragazzo in gamba, che se si impegna riesce ad ottenere grandi risultati. Vedrai che la prossima volta andrà meglio.
Sai, l’insegnante si basa su ciò che vede, sui risultati che ottieni, che sono legati a quanto studi, forse il voto che hai preso oggi significa che dovresti impegnarti di più, per sfruttare le tue grandi possibilità?
E, soprattutto, chiedetegli cosa ne pensi, e state ad ascoltare.
(1-continua)

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