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E se il caldo venisse “da sotto”?

Immagine - E se il caldo venisse “da sotto”? Tra gli scienziati che si occupano dello stato di 'salute’ della Terra una delle maggiori preoccupazioni è il fenomeno osservato del riscaldamento globale, ma è vivissima la discussione sulle sue cause. Non vi è solo chi sostiene la natura antropica dell’aumento delle temperature, attribuendone la responsabilità all’anidride carbonica prodotta dall’uomo. Alcuni dati, infatti, dimostrano l’azione esercitata dalle cause naturali e la ricorrenza di fenomeni analoghi all’attuale, come documentato diverse volte nella storia geologica della Terra.

A far riflettere, di recente, sono venute le misure del satellite OCO-2 della Nasa lanciato nel luglio 2014, che sta eseguendo osservazioni del segnale di tre spettrometri. Con queste si calcola la concentrazione di CO2, fornendo mappe dell’intero globo con un’elevata risoluzione spazio-temporale. Gli studi pubblicati finora riguardano per lo più le metodologie utilizzate.

“Si presumeva che le rilevazioni condotte da OCO-2 avrebbero mostrato chiari massimi di concentrazione nelle aree di maggior occupazione antropica e/o sviluppo industriale, mentre si è riscontrato che questi non corrispondono a dette aree”, osserva Giovanni Gregori, docente di Fisica terrestre e ricercatore associato dell’Istituto di acustica e sensoristica (Idasc) del Cnr. “Questi dati sono coerenti con precedenti evidenze che mostrano come, in passato, l’atmosfera terrestre avrebbe conosciuto periodi con densità anche 5-10 volte superiori a quella attuale, con enormi concentrazioni di CO2”.

Gregori - richiamando una sua monografia pubblicata nel 2002 - chiarisce che tutto ciò “dipende dal calore rilasciato dall’interno molto profondo della Terra: il globo non è una 'palla’ che si sta raffreddando, quanto una batteria che si carica e scarica in tempi diversi, con variazioni spaziali e temporali che ben spiegano sia i cambiamenti paleoclimatici, sia il cambiamento climatico odierno. Le mappe di OCO-2, infatti, hanno chiaramente messo in luce proprio le ben note zone del globo soggette a flussi di calore endogeno molto elevato, dalle Hawai al Botswana, dall’Amazzonia all’arcipelago indonesiano. Ma Europa e Mediterraneo non mostrano massimi di concentrazione di CO2, nonostante l’elevata antropizzazione”.

Inoltre, riguardo alla causa dello scioglimento dell’Oceano Artico “è palesemente in atto, da numerose precedenti evidenze, un aumento di rilascio di energia termica endogena che coinvolge tutta la calotta boreale e che comporta anche un aumento globale dell’attività geodinamica e sismica”, aggiunge il ricercatore. “Anche in una piccola frazione dell’Antartide i ghiacciai si ritirano, là dove l’attività geodinamica provoca un maggior rilascio di calore endogeno da attrito. Ma nella ben più ampia 'Antartide orientale’ le maggiori precipitazioni atmosferiche determinano il ben osservato aumento dei ghiacciai, con accelerazione del loro scorrimento verso l’oceano - a causa della pressione esercitata dai ghiacciai in quota - e conseguente maggior distacco di iceberg. Le mappe OCO-2 stagionali mostrano inequivocabilmente sia un enorme massimo sulla calotta boreale in primavera quando si scioglie il suolo ghiacciato, sia una totale assenza del fenomeno analogo in autunno nell’emisfero australe. In estate mostrano un aumento (non facilmente spiegabile) nell’emisfero australe (oltre al Botswana). Solo in inverno si vedono chiaramente le sorgenti antropiche. Ovvero l’esalazione prevalente è quella naturale e riguarda soprattutto la primavera e l’emisfero boreale. Il contributo antropico é meno rilevante e lo si misura solo durante l’inverno, quando il suolo alle alte latitudini è ghiacciato ed impedisce le esalazioni”.

C’è insomma nella comunità scientifica chi invita a realismo e prudenza. “Sono molte più le cose che non capiamo di quelle che possiamo pensare di aver capito con le nostre ipotesi. Ma è fondamentale distinguere ipotesi e osservazione di fatti. Fatte alcune ipotesi di lavoro, si scrivono equazioni che i matematici risolvono. I meteorologi hanno efficaci modelli dei quali verificano onestamente l’attendibilità (valida fino all’ordine di una settimana). Operano con una risoluzione spaziale di alcuni chilometri, ma le previsioni di alcune catastrofi locali richiederebbero una risoluzione di qualche decina di metri. Mentre è ben noto che chi cerca estrapolazioni su tempi più lunghi va sempre incontro a grosse delusioni”, conclude Gregori. (Fonte: Almanacco della scienza - CNR)

Per saperne di più: Almanacco della scienza - CNR






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