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Traffico di bambini e adozioni: c’è bisogno di chiarezza

Immagine -  Traffico di bambini e adozioni: c’è bisogno di chiarezza Ha destato l’attenzione dei media il traffico di neonati dai carabinieri nel sud d'Italia. Ed anche dei genitori adottivi, indignati nel sentir utilizzato questo termine nei servizi giornalistici. Chi mette in atto azioni illegali di tale gravità, come è la compravendita di un bambino, non ha nulla a che vedere con chi, invece, decide di adottare un figlio.

Fioccano le proteste sul gruppo Facebook di Adoptando.it: “Per favore – scrive Stefano, papà adottivo, rivolgendosi ai giornalisti del TG5 -, quando parlate di bambini, usate i termini giusti, e cercate di fare corretta informazione, spiegando alle persone che l'adozione consiste nel dare una famiglia a un bambino che non ce l'ha, e non certo nel soddisfare una coppia senza figli”.
Gli fa eco Paola, anche lei genitore adottivo, che si rivolge invece a La Stampa “Mi chiedo che cosa possa entrarci l'istogramma inserito in cui si evidenzia il numero di bambini stranieri entrati in Italia LEGALMENTE con l'adozione internazionale. Io mi sento offesa come madre adottiva, come genitore, di essere stata paragonata a chi, con pratica del tutto delinquenziale, compra il proprio figlio per aggirare l'iter adottivo”.

Le parole dei genitori adottivi evidenziano il bisogno di chiarezza, anche da parte dei media, soprattutto quando si affrontano temi così delicati. Il percorso adottivo, in Italia, da anni è ormai ampiamente istituzionalizzato. C’è un iter ben preciso da seguire, che parte dal Tribunale dei Minori della regione di residenza e lì torna, di fronte ai Giudici, dopo che i genitori hanno seguito dei corsi di preparazione e sono stati valutati da un’equipe formata da psicologici ed assistenti sociali.

Anche i passi successivi, attraverso gli Enti autorizzati, si muovono seguendo le indicazioni della Commissione per le Adozioni internazionali, tutto in modo chiaro ed alla luce del sole. E, di nuovo, i genitori vengono formati e valutati. Ancora, vengono seguiti anche nel post-adozione.

Una pratica ignobile come la compravendita di bambini nasce nel contesto di cui fa parte, ed è espressione di un degrado morale, a volte anche sociale, che è lontano anni luce dal percorso ufficiale delle adozioni internazionali e nazionali.

Si sentono giustamente chiamati in causa, i genitori adottivi, perché ancora oggi troppi sono i luoghi comuni e i pregiudizi, le difficoltà che devono affrontare nella vita di tutti i giorni, a partire dalla scuola, in cui insegnanti a volte non preparati, a volte stanchi del proprio lavoro, insistono nel proporre approcci didattici desueti, che non sanno integrarsi con la realtà che cambia.
Stanchi di chi pensa che adottare un bambino significhi scegliere un bambino come vuoi, per soddisfare un bisogno egoistico, che nulla ha a che vedere con l’adozione.

Adottare un bambino significa dare una famiglia ad un bambino che spesso non avrebbe prospettive per una vita relazionale e sociale serena, abbandonato e solo, a volte costretto a vivere per strada, altre ammalato, altre ancora costretto a subire violenze. Ma non occorre poi immaginare scenari drammatici, perché già l’abbandono è, in sé, un grande dolore.
I genitori adottivi amano i loro figli ancor prima di conoscerli, nell’attesa di incontrarli quel loro bambino nato in un’altra parte del mondo, che la vita porterà fino a loro.
Bambini che nascono nel cuore dei loro genitori, figli dell’amore, del coraggio, della speranza. Perciò facciamo chiarezza: chi compra e vende bambini non è un genitore adottivo, non è nemmeno un genitore. E’ qualcuno mosso dall’egoismo, da un cuore oscurato, che tratta gli esseri umani come merce. Chiamatelo come volete, ma non chiamatelo genitore adottivo.

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