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Come è cambiata l'Italia: esplode l'auto-impresa, migliora la percezione del benessere


Immagine L'Italia ha una struttura socioeconomica tutt'altro che statica; anzi la sua conformazione molecolare la rende particolarmente idonea a continue evoluzioni. Come siamo cambiati in questi ultimi anni?

Il tessuto imprenditoriale da molecolare ha assunto un aspetto "pulviscolare", la crescita delle imprese con un solo addetto è considerevole. Il processo di individualizzazione del lavoro prosegue ancora ed erode il confine fra lavoro dipendente e indipendente. Le strutture familiari subiscono una continua frangiatura verso forme di tipo nuovo, ma anche con processi di riproduzione della solitudine. La mobilità sociale, infine, non ha perso vitalità verso l'alto, e sembra caratterizzarsi per una crescente voglia di appagamento nel presente.
Il 71,1% dei nuovi posti di lavoro creati nell'ultimo decennio ('91-'01), pari a 1 milione 838 mila (+7,8% di incremento occupazionale) è frutto della spontanea iniziativa dei singoli, che si sono "inventati" un lavoro in proprio. Infatti, il numero delle imprese è cresciuto in Italia del 23,7% arrivando a superare la quota dei 4 milioni (4.083.966); si tratta di una crescita senza precedenti, e che fa passare la capillarità imprenditoriale sul territorio italiano da 5,8 imprese ogni 100 abitanti del 1991 a 7,2 del 2001.
A crescere sono state soprattutto le imprese individuali, con un solo addetto (il titolare), aumentate di oltre 809 mila 284 unità (+51% rispetto al 1991), il che ha innalzato la quota di imprese individuali sul totale dal 48% del 1991 al 58,6% del 2001, e quindi sono state proprio queste a trainare anche la crescita occupazionale.
Qual è la percezione generale delle condizioni socioeconomiche individuali? Secondo una recentissima indagine del Censis il 67% degli italiani (di età compresa fra i 30 e i 60 anni, cioè nati fra il 1945 e il 1975) ritiene che la propria posizione sociale sia "migliorata" rispetto alle condizioni della famiglia di origine, per il 32% essa è rimasta "invariata" e solo per il 6,9% è "peggiorata". Anche la percezione del livello di benessere economico, rispetto alla famiglia di origine, appare molto significativa, per il 58,4%, infatti, esso è migliorato, per il 28,6% è rimasto invariato mentre per il 13% è peggiorato. Ottima la valutazione anche per quanto riguarda il livello culturale, migliorato per il 75,8%, e per quanto riguarda la posizione professionale, migliorata rispetto alla famiglia di origine per il 64,1%.
Tuttavia analizzando questi dati di percezione di mobilità verticale in base alle coorti d'età si nota che fra le generazioni più recenti, i trenta-quarantenni, si avverte un certo affaticamento dei processi di mobilità, che da verticali diventano obliqui o persino orizzontali. Il miglioramento della posizione sociale non viene avvertito dal 73,5% come nelle generazioni più anziane bensì dal 59%; e anche il benessere economico non viene valutato migliore dal 63% come accade fra i più anziani bensì dal 50,7%. Appare quindi netta una divaricazione percettiva dalla quale si deduce la situazione di difficoltà in cui si trovano le generazioni che si sono recentemente affacciate alla vita attiva.

Questi sono alcuni dei risultati del lavoro di ricerca "Come siamo cambiati. Una struttura socioeconomica in lenta evoluzione" realizzato nell'ambito dell'iniziativa Un mese di sociale "Leaders senza popolo. Popolo senza leaders", presentati al Censis dal Direttore Giuseppe Roma, da Ester Dini, ricercatrice, e da Giuseppe De Rita, Segretario generale del Censis .


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